Capnomanzia: i presagi del fumo dall'incenso babilonese ai trattati

La capnomanzia e la libanomanzia: i presagi babilonesi del fumo d'incenso, il fumo dei sacrifici greci e romani e la fortuna del termine nei trattati moderni.

Il fumo sale dagli altari, si piega al vento, si addensa o si dissolve. Per chi credeva che le offerte bruciate raggiungessero gli dèi, quel movimento non era indifferente. La capnomanzia, dal greco kapnos, «fumo», è la divinazione basata sull'osservazione del fumo, e una sua variante, la libanomanzia, si concentrava in particolare sull'incenso, dal greco libanos. Si tratta di pratiche meno documentate di altre, ma con radici molto antiche, che vale la pena ricostruire separando le fonti sicure dalle semplici classificazioni erudite.

L'incenso nella Mesopotamia antica

Le testimonianze più concrete vengono dalla Mesopotamia. Alcune tavolette in accadico del periodo paleobabilonese, all'inizio del II millennio a.C., raccolgono presagi tratti dal fumo dell'incenso bruciato in un turibolo. I testi descrivono come il fumo si muove: se sale diritto, se si piega verso destra o verso sinistra, se si divide, se si raccoglie, e a ogni comportamento associano una conseguenza favorevole o sfavorevole.

Questi testi appartengono alla stessa cultura scribale che produsse le grandi raccolte di presagi astrologici ed epatoscopici. Il divinatore babilonese, il bārû, era uno specialista che conosceva repertori scritti e procedure codificate. La libanomanzia sembra però essere stata una tecnica secondaria, praticata accanto ad altre più prestigiose, e i testi conservati sono relativamente pochi rispetto a quelli dedicati al fegato degli animali.

Il fumo del sacrificio

Nel mondo greco e romano il fumo faceva parte dell'osservazione complessiva del sacrificio, insieme alla fiamma. Si notava se saliva rapido e diritto verso il cielo, segno che l'offerta era gradita, o se invece ristagnava e si disperdeva intorno all'altare. In questo senso la capnomanzia era una sorella minore della piromanzia, e le fonti antiche raramente le distinguono con precisione.

Un'eco letteraria di questa sensibilità si trova nella scena del sacrificio nell'Edipo di Seneca, dove il fumo denso e scuro che avvolge la fiamma è parte del presagio funesto. In Omero, già nell'Iliade, il fumo grasso dei sacrifici sale verso il cielo come dono agli dèi, anche se non vi si descrive una tecnica di lettura. L'immagine del fumo come messaggero tra la terra e il cielo era dunque profondamente radicata.

Un nome nei cataloghi eruditi

Il termine capnomanzia ebbe fortuna soprattutto in età moderna, quando teologi e studiosi compilarono vasti cataloghi delle forme di divinazione. Opere come il commentario di Caspar Peucer sui generi di divinazione, pubblicato a metà del Cinquecento, o le Disquisitiones magicae del gesuita Martín Del Río, uscite tra il 1599 e il 1600, classificavano decine di pratiche con nomi greci terminanti in «-manzia».

In questi elenchi molte voci derivavano più dal gusto della classificazione che dall'osservazione di usi reali. La capnomanzia è un buon esempio: dietro il nome c'è una pratica antica effettivamente attestata, ma nelle enciclopedie rinascimentali essa diventa soprattutto una casella di un sistema, accostata ad arti di cui spesso non esisteva alcuna testimonianza concreta.

Seguire la storia del fumo divinatorio significa passare dalle tavolette di argilla babilonesi agli altari greci e romani, fino ai volumi eruditi dell'età moderna. È un percorso che mostra come un gesto rituale molto semplice, guardare il fumo salire, sia diventato prima una tecnica, poi una categoria del sapere, discussa dai dotti.