Bibliomanzia: aprire un libro sacro per cercare una risposta

La bibliomanzia dalle sortes biblicae al «tolle lege» di Agostino, dai concili che la vietarono a Gregorio di Tours fino al fal-e Hafez persiano.

Aprire un libro a caso e leggere il primo passo su cui cade lo sguardo, cercandovi una risposta: è un gesto che molti hanno compiuto almeno una volta. Quando il libro è considerato sacro o autorevole, questo gesto diventa bibliomanzia, dal greco biblion, «libro». Nella tarda antichità e nel Medioevo cristiano la pratica prese il nome di sortes biblicae o sortes sanctorum, e fu oggetto di un lungo dibattito tra devozione popolare e prudenza della Chiesa.

Il «tolle lege» di Agostino

L'episodio più famoso è raccontato da Agostino nell'ottavo libro delle Confessioni. Nel 386, in un giardino di Milano, in preda a una crisi interiore, egli sente una voce di fanciullo che ripete «tolle lege, tolle lege», «prendi e leggi». Interpretandolo come un invito divino, apre le lettere di Paolo e legge il primo passo che incontra, un brano della Lettera ai Romani. Agostino racconta che da quel momento ogni dubbio si dissolse.

Agostino ricorda anche che Antonio, il padre del monachesimo egiziano, si era convertito ascoltando per caso un versetto del Vangelo. Eppure, in una lettera a Gennaro, lo stesso Agostino esprime riserve: preferirebbe che le sorti tratte dal Vangelo non si usassero per gli affari terreni, pur considerandole meno gravi del ricorso ai demoni. La sua posizione riflette bene l'ambiguità della pratica.

Concili e sovrani merovingi

Con il tempo la Chiesa assunse un atteggiamento più severo. Diversi concili della Gallia, tra il V e il VI secolo, condannarono le sortes sanctorum: il concilio di Agde del 506, in particolare, vietò ai chierici e ai laici di praticarle, minacciando la scomunica. Il fatto stesso che si ripetessero i divieti mostra quanto l'uso fosse diffuso.

Gregorio di Tours, nella sua Storia dei Franchi, racconta che il principe Meroveo, figlio del re Chilperico, pose sulla tomba di san Martino i libri del Salterio, dei Re e dei Vangeli, e dopo aver vegliato e pregato li aprì per conoscere il proprio destino. I passi letti furono interpretati come presagi sfavorevoli. Il racconto mostra come la bibliomanzia potesse intrecciarsi con il culto delle reliquie e la politica dinastica.

Altre tradizioni del libro

La bibliomanzia non appartiene solo al cristianesimo. Nel mondo islamico si diffuse la pratica di aprire il Corano per trarne indicazioni, discussa e talvolta criticata dai giuristi. In Persia divenne popolare il fal-e Hafez, la consultazione del Divano del poeta Hafez, vissuto nel XIV secolo, i cui versi venivano letti come risposta a una domanda. Questa usanza è ancora diffusa in Iran, soprattutto in occasione della festa di Yalda e del capodanno.

Anche il mondo greco-romano conosceva forme analoghe, come le sorti tratte dai versi di Omero e, più tardi, quelle tratte da Virgilio. In tutti questi casi il libro scelto era un testo considerato depositario di una saggezza superiore, capace di parlare al singolo lettore. Contava meno il contenuto letterale del passo che la convinzione che il caso, nel momento dell'apertura, fosse guidato.

La bibliomanzia rivela un'idea profonda del rapporto tra lettore e testo. Il libro autorevole non è soltanto un insieme di insegnamenti da studiare, ma una voce viva che, aperta al momento giusto, può rivolgersi direttamente a chi la interroga, nella sua situazione particolare. È un'idea che attraversa religioni e secoli diversi.