Idromanzia e lecanomanzia: l'acqua come specchio del destino

Dalla coppa di Giuseppe ai presagi babilonesi dell'olio sull'acqua, fino a Numa secondo Varrone e Agostino: storia dell'idromanzia e della lecanomanzia.

Una superficie d'acqua immobile riflette il cielo, le fronde e il volto di chi vi si sporge. Non sorprende che molte civiltà vi abbiano visto un varco verso l'invisibile. L'idromanzia, dal greco hydor, «acqua», comprende le diverse forme di divinazione legate all'acqua: l'osservazione di fonti e corsi d'acqua, la contemplazione di una superficie riflettente e la lecanomanzia, cioè la lettura di ciò che accade in un bacile, dal greco lekane. È una famiglia di pratiche antiche, attestata dalla Mesopotamia a Roma.

Il bacile in Mesopotamia e nella Bibbia

Tra le testimonianze più antiche ci sono i testi babilonesi di presagi dall'olio, risalenti in parte al periodo paleobabilonese, all'inizio del II millennio a.C. Il divinatore versava olio in una coppa d'acqua e osservava le forme, i movimenti e il comportamento delle gocce, che venivano annotati e interpretati secondo un repertorio scritto. Era un sapere tecnico, affidato a specialisti, e conviveva con l'esame delle viscere degli animali sacrificati.

Nella Bibbia, il libro della Genesi racconta che Giuseppe, ormai alto funzionario in Egitto, fa nascondere la propria coppa d'argento nel sacco di Beniamino. Il servitore la descrive come la coppa in cui il suo signore beve e con cui «trae presagi». Il passo è breve, ma mostra che l'uso divinatorio di un recipiente era un'immagine comprensibile per i lettori antichi.

Numa e l'acqua secondo Varrone

Nel mondo romano l'idromanzia era associata a una figura venerabile, il re Numa Pompilio. Agostino, nel settimo libro della Città di Dio, riferisce che secondo Varrone Numa, non avendo un profeta né un angelo che lo istruisse, sarebbe ricorso all'idromanzia per vedere nell'acqua le immagini degli dèi e apprendere da loro come ordinare i riti di Roma. Varrone aggiungeva che quel genere di divinazione proveniva dai Persiani.

Agostino riporta la notizia con intento polemico: vuole mostrare che la religione romana aveva origine in pratiche che egli considerava ingannevoli. Per noi, però, il passo è prezioso perché conserva un frammento dell'erudizione varroniana, altrimenti perduta, e perché documenta l'esistenza, nella cultura romana, di una tradizione colta sulla divinazione per mezzo dell'acqua.

Papiri, fonti e condanne

Nell'Egitto greco-romano i papiri magici greci, raccolte di testi rituali databili per lo più tra il II e il V secolo d.C., includono procedure di lecanomanzia in cui il bacile d'acqua diventa il luogo dell'apparizione di una divinità. Accanto ai bacili esistevano fonti e sorgenti oracolari, presso le quali l'acqua era osservata o bevuta per ottenere responsi, come accadeva in alcuni santuari greci e dell'Asia Minore.

Nel Medioevo cristiano l'idromanzia entrò negli elenchi delle arti vietate. Isidoro di Siviglia la registra tra i quattro generi elementari di divinazione derivati da Varrone, e trattati successivi ne ripresero la definizione, spesso senza alcun riferimento a pratiche concrete. Il nome sopravvisse soprattutto come categoria dottrinale, discussa da teologi e canonisti.

La storia dell'idromanzia mostra quanto a lungo l'acqua sia stata immaginata come una soglia. Dalle tavolette babilonesi alla coppa di Giuseppe e alla leggenda di Numa, la superficie liquida è rimasta per millenni uno specchio in cui gli uomini speravano di vedere riflesso qualcosa di più del proprio volto, cioè un segno degli dèi.