Catoptromanzia: specchi divinatori da Patrasso a John Dee
La catoptromanzia nella storia: lo specchio di Demetra a Patrasso in Pausania, gli specularii medievali di Giovanni di Salisbury e lo specchio di John Dee.
Lo specchio è un oggetto ambiguo: mostra il mondo, ma lo rovescia; restituisce il volto, ma in una profondità che non esiste. La catoptromanzia, dal greco katoptron, «specchio», è la divinazione condotta osservando superfici riflettenti, come specchi di metallo, pietre levigate, lame lucide o recipienti colmi d'acqua. La pratica ha una storia lunga e documentata, che dall'antichità greca arriva fino alla corte elisabettiana, passando per i chierici medievali e i loro piccoli assistenti.
Lo specchio di Demetra a Patrasso
Pausania, nel settimo libro della Periegesi, descrive un oracolo presso il santuario di Demetra a Patrasso, in Acaia. Davanti al tempio c'era una fonte. Chi voleva conoscere la sorte di un malato calava uno specchio legato a una cordicella, in modo che sfiorasse appena la superficie dell'acqua. Dopo aver pregato e bruciato incenso, osservava lo specchio, che mostrava il malato vivo oppure morto. Pausania precisa che l'oracolo rispondeva soltanto su questioni di malattia.
La testimonianza è interessante perché combina acqua e specchio, mostrando come idromanzia e catoptromanzia fossero vicine. Il rito era limitato a una domanda precisa e si svolgeva in un santuario riconosciuto, senza la mediazione di un indovino professionista. Era il consultante stesso a guardare nello specchio e a riconoscere l'immagine, dopo aver compiuto i gesti di devozione richiesti dal luogo sacro.
Fanciulli e specularii
In età romana la catoptromanzia compare anche nelle fonti storiche. La Historia Augusta, raccolta di biografie imperiali di affidabilità discussa, racconta che l'imperatore Didio Giuliano, nel 193 d.C., avrebbe consultato uno specchio nel quale un fanciullo bendato avrebbe visto il futuro. Il dettaglio del bambino ricorre spesso: si pensava che l'innocenza rendesse più adatti a percepire le visioni.
Nel Medioevo i chierici chiamavano specularii coloro che praticavano questa arte. Giovanni di Salisbury, nel Policraticus, scritto intorno al 1159, racconta un episodio della propria infanzia: un sacerdote che gli insegnava i salmi usava lui e un altro fanciullo per scrutare bacili e superfici lucide. Giovanni ricorda di non aver visto nulla e di essere stato escluso, interpretando poi quell'esperienza come un pericolo scampato.
Lo specchio di ossidiana di John Dee
L'oggetto più celebre legato alla catoptromanzia è lo specchio di ossidiana associato a John Dee, matematico e consigliere di Elisabetta I. Si tratta di un disco di ossidiana levigata di origine azteca, giunto in Europa probabilmente dopo la conquista spagnola del Messico. Oggi è conservato al British Museum di Londra, insieme ad altri oggetti legati agli esperimenti di Dee.
Negli anni Ottanta del Cinquecento Dee condusse, con il collaboratore Edward Kelley, lunghe sedute in cui Kelley affermava di vedere e udire angeli in pietre e superfici riflettenti, mentre Dee annotava tutto. I diari di quelle sedute sono sopravvissuti e una parte fu pubblicata nel 1659 da Méric Casaubon, con intento critico. Sono una delle fonti più dettagliate sulla divinazione rinascimentale con pietre e superfici riflettenti.
La catoptromanzia accompagna così l'intera storia europea: dalla fonte di Demetra agli studi di un matematico elisabettiano. In ogni epoca lo specchio è rimasto il simbolo di un sapere desiderato e temuto, capace di mostrare ciò che l'occhio comune non vede. Non a caso la letteratura, dalle fiabe al romanzo gotico, ne ha fatto uno dei suoi oggetti magici prediletti.