Gematria e isopsefia: quando le lettere diventano numeri
Isopsefia greca e gematria ebraica: il graffito pompeiano del numero 545, Nerone in Svetonio, il 666 dell'Apocalisse e i 318 servi di Abramo.
Nell'antichità molte lingue non avevano cifre separate dalle lettere: in greco e in ebraico ogni lettera dell'alfabeto aveva anche un valore numerico. Da questa semplice convenzione nacque una pratica affascinante. Sommando i valori delle lettere di una parola si otteneva un numero, e due parole con lo stesso valore potevano essere considerate legate da un rapporto nascosto. I Greci la chiamarono isopsefia, «uguaglianza di valore»; nella tradizione ebraica prese il nome di gematria.
Un gioco d'amore a Pompei
Il sistema numerico alfabetico greco si diffuse ampiamente in età ellenistica. Come spesso accade, le testimonianze più vivaci vengono dalla vita quotidiana. Tra i graffiti di Pompei se ne trova uno, scritto in greco, che dice: «amo colei il cui numero è 545». L'autore celava così il nome dell'amata dietro una cifra, affidando ai lettori complici o all'interessata il compito di decifrarlo.
L'isopsefia poteva servire anche alla satira politica. Svetonio, nella vita di Nerone, riferisce che dopo la morte di Agrippina circolava un verso greco secondo cui il nome di Nerone aveva lo stesso valore numerico della frase «uccise la propria madre». Era un modo pungente e quasi anonimo di formulare un'accusa che non si poteva pronunciare apertamente.
Il numero della bestia
Il caso più celebre di numero simbolico nella letteratura antica si trova nell'Apocalisse di Giovanni. Al capitolo tredici il testo invita chi ha intelligenza a calcolare il numero della bestia, che è «numero d'uomo», e lo indica come 666. Molti studiosi moderni ritengono che si tratti di un riferimento a Nerone, ottenuto trascrivendo il suo nome in lettere ebraiche, ma l'interpretazione resta dibattuta.
Già alla fine del II secolo Ireneo di Lione sapeva che alcuni manoscritti riportavano la variante 616, e la discuteva. Un frammento di papiro di Ossirinco, pubblicato nei primi anni Duemila, conferma che quella variante circolava davvero. Il numero divenne, nei secoli successivi, oggetto di innumerevoli tentativi di identificazione, spesso legati alle polemiche religiose e politiche del momento.
La gematria nella tradizione ebraica
Nella letteratura rabbinica la gematria compare come uno dei procedimenti dell'interpretazione. Un detto conservato nelle Massime dei Padri, attribuito a rabbi Eliezer ben Hisma, la definisce, insieme ai calcoli astronomici, un condimento della sapienza: non il cuore dello studio, ma un ornamento. Il Talmud propone, ad esempio, che i 318 servi di Abramo ricordati nella Genesi corrispondano al valore del nome del suo servo Eliezer.
Lo stesso numero fu letto in modo diverso dai cristiani: la Lettera di Barnaba, del II secolo, vi riconobbe in greco il segno della croce e le iniziali di Gesù. Nel Medioevo la gematria ebbe grande sviluppo tra i pietisti ebrei di Germania, come Eleazar di Worms, e nella cabala, che ne fece uno strumento di meditazione sui nomi divini.
Gematria e isopsefia mostrano come la scrittura potesse essere letta su più livelli. Dietro ogni parola si celava un numero, e dietro ogni numero un possibile legame con altre parole: un intreccio che univa gioco, esegesi e ricerca del significato nascosto delle cose. Un intreccio che lettori di ogni epoca hanno continuato a tessere.