Astragalomanzia: gli astragali e gli oracoli dei dadi nell'antichità
Gli astragali tra gioco e oracolo: il responso di Eracle a Bura descritto da Pausania e le iscrizioni oracolari ad astragali dell'Asia Minore romana.
Prima dei dadi a sei facce, i Greci e i Romani giocavano e interrogavano la sorte con gli astragali, piccole ossa del tarso di pecore e capre. Avevano quattro lati su cui potevano posarsi, ciascuno con un valore diverso. Da questi oggetti umili, che si trovano in gran numero negli scavi e talvolta riprodotti in bronzo, vetro o pietra, nacque l'astragalomanzia: la divinazione affidata al modo in cui le ossa ricadevano.
Ossa da gioco
Nel mondo greco gli astragali erano il gioco dei bambini e delle fanciulle, come mostrano pitture vascolari e statuette. Tra gli adulti servivano per giochi d'azzardo. I Romani li chiamavano tali; ai quattro lati si attribuivano i valori uno, tre, quattro e sei. Il lancio migliore, in cui ogni osso mostrava una faccia diversa, era detto «colpo di Venere», mentre il peggiore era chiamato «cane». Svetonio, nella vita di Augusto, ricorda che l'imperatore si divertiva a giocare ai dadi durante le feste.
Il passaggio dal gioco all'oracolo fu naturale. Se l'esito di un lancio sfugge al controllo umano, nella mentalità antica poteva essere letto come la voce di un dio. Non a caso gli astragali compaiono anche tra le offerte nei santuari e nelle tombe, dove accompagnavano i defunti, in particolare i giovani. Erano oggetti quotidiani, ma carichi di un valore che andava oltre il semplice passatempo.
L'oracolo di Eracle a Bura
Pausania, nel II secolo d.C., descrive nel settimo libro della sua Periegesi un oracolo di Eracle a Bura, in Acaia. In una grotta si trovava una piccola statua del dio. Chi lo consultava pregava davanti all'immagine, poi lanciava quattro astragali su una tavola. Per ogni combinazione esisteva un responso scritto, che veniva letto e interpretato. Pausania riferisce il funzionamento con la sua consueta sobrietà, come una pratica viva al suo tempo.
Questo dettaglio è importante: l'oracolo non dipendeva da un sacerdote ispirato, ma da un repertorio fisso di risposte. La sorte sceglieva, il testo parlava. Un sistema del genere non richiedeva visioni né estasi, e poteva funzionare anche in un piccolo santuario di provincia. Pausania menziona altrove oracoli di tipo diverso, ma quello di Bura colpisce per la sua concretezza quasi amministrativa.
Le iscrizioni dell'Asia Minore
La conferma più spettacolare viene dall'Asia Minore di età imperiale. In diverse città della Licia, della Pisidia e della Panfilia sono state trovate grandi iscrizioni con oracoli ad astragali, incise su pilastri o pareti nei luoghi pubblici. Ogni riga riporta una combinazione di valori, di solito ottenuta con cinque astragali, la loro somma, il nome di una divinità e un breve responso in versi.
Le risposte sono sentenze concise, che invitano ad agire o ad attendere, promettono successo o mettono in guardia. Rappresentano una forma di oracolo «self-service», consultabile da viaggiatori e mercanti senza l'intervento di un santuario maggiore. Gli studiosi che le hanno pubblicate e confrontate hanno notato che testi molto simili ricorrono in città diverse, segno che circolava un modello comune, copiato e adattato localmente.
Un'eredità discreta
Con l'affermarsi del dado cubico gli astragali persero terreno, ma non scomparvero del tutto. In varie regioni del Mediterraneo e dell'Asia centrale le ossa del tarso hanno continuato a essere usate come giochi tradizionali fino a tempi recenti, mentre il loro uso divinatorio è documentato in alcune culture pastorali dell'Asia interna.
L'astragalomanzia ricorda che il confine tra gioco e sacro, nel mondo antico, era sottile. Lo stesso osso che rotolava tra le mani dei bambini poteva, su una tavola consacrata, trasformarsi in un messaggio degli dèi, scritto in anticipo e scelto dal caso. Le iscrizioni di pietra ne sono ancora oggi la testimonianza più eloquente.