Sortes Vergilianae: quando l'Eneide diventò un oracolo
Le sortes Vergilianae dagli imperatori della Historia Augusta al Virgilio mago del Medioevo, fino a Rabelais e all'aneddoto di Carlo I a Oxford.
Nessun poeta latino ebbe un'autorità paragonabile a quella di Virgilio. Già pochi decenni dopo la sua morte, nel 19 a.C., l'Eneide era studiata nelle scuole, citata sui muri di Pompei e commentata dai grammatici. Da questa venerazione nacque una pratica singolare: le sortes Vergilianae, cioè l'apertura casuale del poema per trarne un responso. Virgilio divenne così, oltre che il poeta di Roma, una sorta di oracolo scritto, consultato da imperatori, chierici e lettori comuni per secoli.
Le sorti omeriche e il modello greco
L'idea di interrogare un poema non nacque con Virgilio. Nel mondo greco circolavano sorti tratte dai versi di Omero. Tra i papiri magici greci si conserva un oracolo omerico, una lista di versi dell'Iliade e dell'Odissea ciascuno abbinato a una combinazione numerica ottenuta con dadi. Il poema epico, considerato fonte di ogni sapienza, si prestava a essere usato come repertorio di risposte.
Le sortes Vergilianae trasferirono questo modello nel mondo latino. A differenza dei sistemi con dadi, però, la forma più nota consisteva semplicemente nell'aprire il libro e leggere il verso che capitava sotto gli occhi o sotto il dito, interpretandolo come risposta alla propria domanda. La pratica era semplice e richiedeva soltanto un esemplare del poema, cosa che ne spiega la lunga diffusione tra i lettori colti.
Gli imperatori della Historia Augusta
Le testimonianze antiche più note si trovano nella Historia Augusta, una raccolta di biografie imperiali la cui affidabilità è spesso discussa. Vi si racconta che Adriano, preoccupato per i sentimenti di Traiano nei suoi confronti, consultò le sortes Vergilianae e trovò i versi del sesto libro dedicati a Numa, il re venuto da fuori che diede leggi a Roma: un presagio del suo futuro impero.
Nella vita di Alessandro Severo, la stessa raccolta riferisce che il giovane, ancora lontano dal trono, ottenne il celebre verso «tu regere imperio populos, Romane, memento», tratto dal discorso di Anchise. Al di là della veridicità degli episodi, questi racconti mostrano che le sortes erano considerate un modo dignitoso, quasi aristocratico, di interrogare il destino.
Dal Virgilio mago a Rabelais
Nel Medioevo la fama di Virgilio si arricchì di leggende. A Napoli e altrove circolavano racconti su Virgilio mago, costruttore di talismani e protettore della città. Questa immagine rafforzò l'idea che i suoi versi contenessero un potere nascosto, e le sortes continuarono a essere praticate accanto a quelle bibliche, nonostante le riserve degli ecclesiastici.
Nel Rinascimento François Rabelais, nel Terzo libro di Pantagruele, pubblicato nel 1546, fa consultare a Pantagruele e Panurge le sortes Vergilianae per decidere se Panurge debba sposarsi, con esiti comici. Un aneddoto riferito da fonti posteriori racconta infine che Carlo I d'Inghilterra, durante la guerra civile, avrebbe tratto a Oxford un passo funesto dell'Eneide, letto più tardi come presagio della sua fine.
Le sortes Vergilianae sono, in fondo, la prova di quanto un testo letterario potesse diventare un'istituzione. Interrogato per secoli, il poema di Enea rimase insieme opera d'arte, libro di scuola e voce del destino, capace di parlare a ogni generazione di lettori, dall'antica Roma all'Inghilterra del Seicento, e anche oltre.