Cleromanzia: tirare a sorte per conoscere la volontà divina
La cleromanzia nell'antichità: Urim e Tummim, la sorte di Giona e di Mattia, le sortes di Preneste raccontate da Cicerone nel De divinatione.
Affidare una decisione al sorteggio sembra oggi un modo per eliminare ogni intenzione. Per molte civiltà antiche era il contrario: proprio perché nessun uomo poteva influenzarlo, l'esito di un sorteggio rivelava la volontà degli dèi. Il termine cleromanzia deriva dal greco kleros, «sorte», e indica l'insieme delle pratiche in cui si estraevano o si lanciavano oggetti contrassegnati, come sassolini, bastoncini, tavolette o fagioli, per ottenere una risposta.
La sorte nella Bibbia ebraica
Nella Bibbia la sorte compare spesso come strumento legittimo. Il libro dell'Esodo menziona gli Urim e i Tummim posti nel pettorale del sommo sacerdote, oggetti oracolari di cui non conosciamo con certezza né la forma né il funzionamento. Nel libro di Giona i marinai, sorpresi dalla tempesta, tirano a sorte per scoprire chi abbia attirato l'ira divina, e la sorte cade sul profeta.
La terra promessa, secondo il libro di Giosuè, fu divisa tra le tribù per sorteggio. L'idea di fondo è espressa nel libro dei Proverbi: la sorte si getta nel grembo, ma la decisione viene dal Signore. Anche il Levitico ricorda la sorte nel rito del giorno dell'espiazione, quando si sceglievano i due capri, uno per il Signore e uno per Azazel.
Dagli apostoli ai Greci
Anche il Nuovo Testamento conserva un episodio di sorteggio. Negli Atti degli apostoli, per sostituire Giuda, i discepoli propongono due candidati e tirano a sorte: la scelta cade su Mattia. Dopo di allora, nella tradizione cristiana, il sorteggio per le cariche ecclesiastiche divenne raro e guardato con prudenza, perché si temeva di confondere la fede con la superstizione.
Nel mondo greco il sorteggio aveva anche una funzione civile. Ad Atene la maggior parte dei magistrati era designata a sorte, con apparecchi come il kleroterion. Questo uso politico conviveva con una dimensione religiosa: anche a Delfi, secondo alcune fonti, si ricorreva talvolta a una consultazione mediante sorte, accanto alla celebre profezia della Pizia.
Le sortes di Preneste
Il caso romano più celebre è quello del santuario della Fortuna Primigenia a Preneste, l'odierna Palestrina. Cicerone, nel secondo libro del De divinatione, racconta la leggenda delle origini: un notabile di nome Numerio Suffustio, ammonito in sogno, avrebbe spaccato una roccia trovandovi delle sortes di legno di quercia, incise con antichi segni.
Le tavolette venivano mescolate ed estratte, a quanto riferisce Cicerone, da un fanciullo. Lo scrittore, che nel dialogo prende posizione contro la divinazione, osserva con ironia che ormai solo il volgo si lasciava convincere da quelle sorti. Eppure il santuario, con le sue grandiose terrazze ancora visibili sulle pendici di Palestrina, restò per secoli uno dei luoghi di culto più frequentati del Lazio.
Una pratica universale
La cleromanzia non appartiene a una sola cultura. Forme analoghe sono note tra i Germani, come racconta Tacito, in Cina e in molte società africane. Ciò che le accomuna è l'idea che il caso non sia davvero cieco, ma uno spazio lasciato libero perché qualcosa di superiore si manifesti. Per questo il sorteggio accompagnava spesso una preghiera o un sacrificio.
Dal pettorale del sommo sacerdote alle tavolette di quercia di Preneste, la storia della sorte mostra quanto fosse sottile il confine tra procedura pubblica e rito religioso. Tirare a sorte significava, per gli antichi, consegnare la scelta a una volontà più alta, accettandone l'esito come un verdetto che nessuno poteva contestare.