Tiresia, l'indovino cieco di Tebe tra Omero e la tragedia

Tiresia, il veggente cieco di Tebe: le due versioni del mito sulla sua cecità, la consultazione nell'Odissea e il suo ruolo nelle tragedie di Sofocle.

Se Cassandra è la profetessa che nessuno ascolta, Tiresia è l'indovino che tutti consultano e che pochi vorrebbero sentire. Figlio della ninfa Cariclo e di Evere, discendente di uno degli Sparti nati dai denti del drago seminati da Cadmo, il veggente tebano attraversa diverse generazioni della storia mitica di Tebe. Nei poemi e nelle tragedie compare quasi sempre nello stesso ruolo: il vecchio cieco che vede ciò che i re non vogliono vedere.

Due racconti sulla cecità

Gli antichi conoscevano almeno due spiegazioni della sua cecità. Nella prima, narrata da Callimaco nell'inno Per i lavacri di Pallade, il giovane Tiresia sorprese per caso Atena mentre si bagnava a una fonte. La dea, amica della madre Cariclo, non poté revocare la legge che puniva chi vedeva gli dèi senza il loro consenso, e lo privò della vista; in cambio gli donò la capacità di comprendere il linguaggio degli uccelli e un bastone che lo guidava come se vedesse.

La seconda versione, risalente a un poema esiodeo perduto e resa celebre da Ovidio nel terzo libro delle Metamorfosi, è più singolare. Tiresia colpì due serpenti che si accoppiavano e fu trasformato in donna; dopo sette anni, colpendo di nuovo i serpenti, tornò uomo. Chiamato a dirimere una disputa tra Zeus ed Era su chi tra uomo e donna provasse maggior piacere in amore, diede ragione a Zeus. Era lo accecò, e Zeus lo compensò con la profezia e una vita lunghissima.

La voce dall'Ade

Nell'Odissea Tiresia gode di un privilegio unico. Circe spiega a Odisseo che solo a lui, tra i morti, Persefone ha concesso di conservare la mente, mentre le altre ombre si aggirano prive di senno. Per questo l'eroe, nell'undicesimo libro, deve recarsi ai confini del mondo e compiere le offerte ai defunti per interrogarlo sul ritorno a Itaca.

Il vecchio indovino, dopo aver bevuto il sangue delle vittime, annuncia a Odisseo le prove che lo attendono: l'ira di Poseidone, il divieto di toccare le vacche del Sole sull'isola di Trinachia, i pretendenti nella reggia. Gli predice anche un ultimo viaggio verso genti che non conoscono il mare e una morte in tarda età, descritta con parole che già gli antichi interpretavano in modi diversi. È uno dei passi in cui la profezia omerica appare più articolata e personale.

Il veggente della tragedia

Nell'Atene del V secolo a.C. Tiresia divenne un personaggio teatrale ricorrente. Nell'Edipo re di Sofocle è lui a rivelare al sovrano che il colpevole cercato è Edipo stesso, suscitando la collera del re, che lo accusa di complotto. Nell'Antigone ammonisce Creonte dopo aver osservato gli uccelli dal suo antico seggio augurale, e i segni infausti del sacrificio annunciano la catastrofe che di lì a poco colpirà la famiglia reale.

Euripide, nelle Baccanti, lo mostra insieme al vecchio Cadmo mentre si avvia a celebrare Dioniso, consigliando invano a Penteo di accogliere il nuovo dio. Secondo la tradizione mitografica raccolta nella Biblioteca di Apollodoro, Tiresia morì dopo la presa di Tebe da parte degli Epigoni, bevendo l'acqua gelida della fonte Tilfussa durante la fuga dalla città.

La sua eredità passò alla figlia Manto, anch'essa indovina, che la leggenda collega al santuario di Apollo a Claro e, nella tradizione latina ripresa da Dante, all'origine di Mantova. Dante colloca Tiresia e Manto nella quarta bolgia dell'Inferno, tra gli indovini costretti a camminare con il volto rivolto all'indietro, segno di quanto la figura del veggente tebano fosse ancora viva nell'immaginario medievale.