Il volo e il canto degli uccelli negli auspici romani

Aquile, avvoltoi, corvi e civette: come i Romani distinguevano gli uccelli alites e oscines e quali segni traevano dal loro volo e dalla loro voce.

La parola auspicio deriva con ogni probabilità da avis, uccello, e da specere, guardare. Il nome stesso ricorda quindi l'origine della pratica: l'osservazione degli uccelli. Per i Romani gli uccelli erano messaggeri naturali tra il cielo e la terra, e il loro comportamento, osservato entro uno spazio delimitato e in un momento stabilito, poteva rivelare se gli dèi approvavano un'impresa.

Alites e oscines

Gli auguri distinguevano due grandi categorie. Gli alites erano gli uccelli che davano segni con il volo: l'aquila, uccello di Giove, e l'avvoltoio erano i più importanti. Gli oscines davano invece segni con la voce: tra questi il corvo, la cornacchia e la civetta. Alcune specie, come il picchio, sacro a Marte, avevano un posto particolare nella dottrina e compaiono spesso nei racconti delle origini di Roma.

Contava anche la direzione. Un corvo che gracchiava da destra o una cornacchia da sinistra potevano rendere valido un auspicio, e Cicerone, nel De divinatione, cita proprio questo esempio per mostrare quanto fossero sottili, e a suo giudizio arbitrarie, le regole augurali. Le fonti ricordano anche la parra, un uccello non identificato con certezza, il cui verso era considerato di cattivo augurio e poteva consigliare di interrompere un'azione.

Segni chiesti e segni offerti

Gli auspici si dividevano anche secondo il modo in cui si presentavano. Quelli detti impetrativa erano i segni richiesti: il magistrato, di solito prima dell'alba e nel silenzio, osservava il cielo in attesa di una risposta. Quelli detti oblativa erano i segni non richiesti, che si presentavano spontaneamente. A questi ultimi il magistrato poteva dare o non dare peso, e la sua scelta stessa aveva valore rituale.

Perché l'osservazione fosse valida era necessario il silentium, cioè l'assenza di ogni disturbo. Qualsiasi interruzione, un rumore improvviso o la caduta di un oggetto, poteva rendere nullo l'auspicio. Questa attenzione meticolosa alla forma non era una stranezza: rifletteva l'idea, diffusa in tutta la religione romana, che il rapporto con gli dèi fosse un accordo da eseguire senza errori.

Dal rito alla formalità

Con il passare del tempo l'osservazione degli uccelli selvatici divenne sempre più rara. Già Cicerone lamenta che i magistrati del suo tempo prendessero gli auspici in modo sbrigativo, accontentandosi spesso dei polli sacri o di un semplice annuncio formale. Lui stesso, pur essendo augure, ammetteva che l'antica scienza degli uccelli si era in gran parte perduta per la negligenza della nobiltà.

Questo non significa che gli auspici avessero perso importanza. Restavano indispensabili per la validità degli atti pubblici, ma il loro valore era ormai soprattutto giuridico e civile. Cicerone stesso sosteneva che andassero conservati per l'utilità della repubblica e per l'opinione del popolo, anche se la loro capacità di rivelare la volontà divina gli appariva dubbia.

Eppure l'immagine dell'augure che scruta il cielo rimase viva nella cultura latina. Gli uccelli di Giove continuarono a comparire sulle insegne delle legioni, e l'aquila divenne il simbolo stesso del potere romano. La lingua conserva ancora l'eco di questa pratica: quando auguriamo qualcosa a qualcuno, ripetiamo senza saperlo una parola legata all'antica arte degli auguri.