Romolo e Remo e la contesa degli avvoltoi per fondare Roma

Sei avvoltoi per Remo, dodici per Romolo: come Livio, Ennio e Dionigi raccontano gli auspici della fondazione di Roma e il loro significato politico.

Secondo la tradizione, Roma nacque da un auspicio. I gemelli Romolo e Remo, decisi a fondare una città nei luoghi in cui erano cresciuti, non riuscivano a stabilire chi dei due dovesse darle il nome e governarla. Essendo gemelli, il diritto di primogenitura non poteva decidere la questione. Si affidarono allora agli dèi, chiedendo loro di indicare il prescelto attraverso il volo degli uccelli.

Il racconto di Livio

Livio, nel primo libro della sua storia, racconta che Romolo scelse il Palatino e Remo l'Aventino come luoghi di osservazione. Il primo segno toccò a Remo, che vide sei avvoltoi. Poco dopo, a Romolo ne apparvero dodici. Ciascuno dei due gruppi di sostenitori proclamò re il proprio capo: gli uni rivendicavano la priorità nel tempo, gli altri il numero maggiore di uccelli osservati.

La disputa degenerò in una rissa, e nella confusione Remo fu ucciso. Livio riferisce anche una versione più diffusa, secondo la quale Remo, per scherno, avrebbe scavalcato le mura appena tracciate dal fratello, e Romolo lo avrebbe ucciso dichiarando che così sarebbe morto chiunque altro avesse oltrepassato le sue mura. Lo storico presenta entrambe le versioni come tradizioni, senza scegliere tra di esse.

Le altre versioni

Le fonti antiche non concordano su tutti i dettagli. Nel frammento degli Annali di Ennio conservato da Cicerone nel De divinatione, la scena è descritta con grande solennità, e la collocazione dei fratelli sui colli non coincide con quella di Livio. Dionigi di Alicarnasso, storico greco dell'età di Augusto, aggiunge che secondo alcuni Romolo avrebbe annunciato il segno prima di averlo davvero visto.

Queste varianti mostrano che la leggenda era oggetto di discussione già nell'antichità. La questione non era soltanto narrativa: dal modo in cui si raccontava la fondazione dipendeva l'idea stessa di legittimità del potere. Un re scelto dagli dèi attraverso un auspicio corretto aveva un'autorità che nessuno poteva contestare, e il racconto offriva un modello a ogni magistrato che prendesse gli auspici.

Augusto e i dodici avvoltoi

Il ricordo dell'auspicio di Romolo ebbe un ruolo importante nella propaganda di Augusto. Svetonio racconta che nel 43 a.C., quando il giovane Ottaviano prese gli auspici per il suo primo consolato, gli apparvero dodici avvoltoi, come al fondatore di Roma. Il segno lo presentava come un nuovo Romolo, destinato a rifondare la città dopo le guerre civili.

Anche il nome Augusto, conferito nel 27 a.C., apparteneva a questo immaginario. Svetonio spiega che fu preferito al nome di Romolo perché più solenne, e che richiamava i luoghi consacrati con il rito augurale. A sostegno cita un verso di Ennio sulla fondazione della città, «augusto augurio postquam incluta condita Roma est», che accosta le due parole e ne suggerisce la parentela.

La storia dei due gemelli e degli avvoltoi è una leggenda, ma una leggenda che i Romani presero molto sul serio. Ogni volta che un magistrato prendeva gli auspici, ripeteva in qualche modo il gesto del fondatore. Roma si considerava una città nata sotto lo sguardo degli dèi, e il rito augurale ne garantiva, giorno dopo giorno, la continuità.