Atto Navio, l'augure che tagliò la cote con il rasoio

La leggenda dell'augure Atto Navio e del re Tarquinio Prisco, narrata da Livio e Cicerone: un racconto sul potere degli auspici di fronte ai re di Roma.

Tra le leggende della Roma dei re, quella di Atto Navio è una delle più singolari. Livio e Cicerone la raccontano come esempio dell'autorità degli auguri, capace di imporsi persino alla volontà di un sovrano. Il protagonista è un augure celebre, vissuto, secondo la tradizione, sotto il regno di Tarquinio Prisco, il primo re di origine etrusca che governò Roma.

La sfida del re

Tarquinio voleva aumentare le centurie dei cavalieri istituite da Romolo, creando nuove unità a cui dare il proprio nome. Atto Navio si oppose, dichiarando che nessuna innovazione di quel tipo poteva essere introdotta senza aver prima preso gli auspici. Il re, irritato, decise di metterlo alla prova davanti al popolo e gli chiese se ciò che stava pensando in quel momento potesse realizzarsi.

L'augure prese gli auspici e rispose di sì. Il re allora rivelò il suo pensiero: si chiedeva se Navio sarebbe stato capace di tagliare una cote, la pietra per affilare, con un rasoio. Gli fece portare entrambi gli oggetti, convinto di averlo messo in difficoltà davanti a tutti. Secondo la leggenda, Navio prese il rasoio e tagliò la pietra senza alcuna esitazione.

La memoria del prodigio

Livio racconta che nel Comizio, sul luogo del prodigio, si trovava una statua di Atto Navio con il capo velato, e che secondo la tradizione anche la cote era stata collocata in quello stesso punto. Il risultato più importante, però, fu istituzionale: da allora, osserva lo storico, gli auguri ottennero un tale onore che nessuna impresa, in pace o in guerra, fu più intrapresa senza aver interrogato gli auspici.

Tarquinio rinunciò a creare nuove centurie con nomi diversi, ma ne raddoppiò gli effettivi mantenendo i nomi antichi. La soluzione rispettava la forma voluta dagli dèi pur concedendo al re la sostanza di ciò che desiderava. È un compromesso che riflette bene lo spirito della religione romana, molto attenta alla correttezza delle forme. Ciò che contava non era impedire ogni cambiamento, ma evitare che un'innovazione venisse introdotta senza il consenso degli dèi.

L'infanzia di un augure

Cicerone, nel primo libro del De divinatione, aggiunge un racconto sull'infanzia di Navio. Da ragazzo, povero e incaricato di custodire i maiali, ne aveva perso uno. Promise allora agli dèi che, se lo avesse ritrovato, avrebbe offerto loro il grappolo d'uva più grande della sua vigna. Ritrovato l'animale, si pose al centro della vigna, la divise in quattro regioni seguendo i segni degli uccelli e trovò un grappolo di grandezza straordinaria.

Nel secondo libro, però, Cicerone tratta questi racconti con ironia, considerandoli invenzioni utili a sostenere il prestigio degli auguri e suggerendo di lasciarli alle favole. È un contrasto tipico della sua opera: da un lato il rispetto per le istituzioni della repubblica, di cui egli stesso faceva parte, dall'altro lo scetticismo del filosofo che non accetta prove fondate soltanto sulla tradizione.

La leggenda di Atto Navio, vera o no, esprime una convinzione profonda della società romana: il potere politico doveva sottomettersi al giudizio degli dèi, espresso secondo regole note e custodite da specialisti. Persino un re, nella memoria dei Romani, aveva dovuto piegarsi davanti all'arte dell'augure. Per questo la statua velata nel Comizio rimase a lungo un monito per i magistrati che vi passavano davanti.