La fine dell'aruspicina tra Costantino, Giuliano e Alarico
Dalle leggi di Tiberio e Costantino ai divieti di Teodosio: come la divinazione etrusca sopravvisse fino al V secolo e poi scomparve con il paganesimo.
L'aruspicina etrusca ebbe una vita lunghissima: tra le prime testimonianze archeologiche e le ultime notizie letterarie passarono molti secoli. La sua scomparsa non avvenne all'improvviso, ma attraverso una serie di limitazioni legali, dettate prima da ragioni politiche e poi da ragioni religiose. Seguire questo declino significa osservare da vicino il passaggio dal mondo pagano a quello cristiano.
I sospetti degli imperatori
Già i primi imperatori guardavano con preoccupazione alle consultazioni private. Svetonio racconta che Tiberio vietò di interrogare gli aruspici in segreto e senza testimoni. Il timore era politico: un indovino poteva essere interrogato sulla morte del sovrano o sulla riuscita di una congiura. La divinazione ufficiale rimaneva rispettata, ma quella praticata in privato diventava sospetta e, in certi casi, pericolosa.
Costantino, il primo imperatore cristiano, mantenne questa distinzione. Una sua legge, conservata nel Codice Teodosiano e datata al 319, proibì agli aruspici di entrare nelle case private, con pene severe. Un'altra disposizione di poco successiva stabilì invece che, se un fulmine avesse colpito il palazzo imperiale o un edificio pubblico, si poteva continuare a consultare gli aruspici secondo l'antica consuetudine.
Gli ultimi aruspici
Nel 363 l'imperatore Giuliano, che aveva tentato di restaurare il culto pagano, portò con sé alcuni aruspici etruschi nella spedizione contro i Persiani. Lo storico Ammiano Marcellino racconta che essi lo sconsigliarono più volte di proseguire, interpretando i segni sfavorevoli secondo i loro libri. Giuliano non li ascoltò e morì durante la campagna, colpito in battaglia.
Alla fine del IV secolo l'imperatore Teodosio vietò tutti i sacrifici pagani, e con essi l'esame delle viscere. L'ultimo episodio noto risale agli anni 408 e 409, durante l'assedio di Roma da parte dei Goti di Alarico. Lo storico greco Zosimo racconta che alcuni indovini etruschi si offrirono di allontanare il nemico con riti legati ai fulmini, affermando di aver già salvato in quel modo la città di Narni.
Secondo Zosimo il vescovo di Roma Innocenzo, pur di salvare la città, avrebbe acconsentito a riti privati, ma le cerimonie pubbliche non si svolsero perché nessuno osò parteciparvi. Il racconto, scritto da un autore pagano ostile ai cristiani, va accolto con cautela. Poco dopo, nel 410, Roma fu comunque saccheggiata dalle truppe di Alarico.
Un'eredità di studio
Gli scrittori cristiani, come Arnobio e Agostino, citarono a lungo le dottrine etrusche per confutarle, e proprio attraverso le loro polemiche ne conserviamo alcuni frammenti. L'interesse per l'Etruria rinacque molti secoli dopo, quando gli eruditi del Rinascimento e dell'età moderna cominciarono a studiare le iscrizioni e i monumenti etruschi, senza però poter ricostruire i libri perduti.
Con la fine dei sacrifici e la dispersione delle famiglie che la custodivano, l'Etrusca disciplina si spense. Ne restarono soltanto le citazioni degli autori antichi e pochi documenti originali come il fegato di Piacenza. Fu la sorte di molte tradizioni religiose del mondo antico, che sopravvivono oggi soprattutto come oggetto di studio storico e come testimonianza di un modo diverso di guardare la natura.