I libri fulgurales e la dottrina etrusca dei fulmini

Sedici regioni del cielo, nove dèi che scagliano fulmini, le tre folgori di Tinia: la scienza etrusca dei lampi secondo Plinio il Vecchio e Seneca.

Nessun fenomeno naturale impressionava gli antichi quanto il fulmine. Gli Etruschi ne fecero l'oggetto di una vera e propria scienza, raccolta nei libri fulgurales. Per loro il lampo non era un evento casuale, ma un messaggio lanciato da una divinità con un'intenzione precisa. Capire da quale regione del cielo provenisse, dove cadesse e che cosa colpisse permetteva di conoscere il contenuto di quel messaggio e di rispondervi.

Il cielo diviso in sedici parti

Plinio il Vecchio, nel secondo libro della Naturalis historia, spiega che gli Etruschi dividevano il cielo in sedici regioni. L'osservatore si orientava secondo i punti cardinali, e ogni settore aveva un valore diverso. Le regioni orientali erano ritenute più favorevoli, quelle occidentali meno; le più temibili erano quelle che dal settentrione piegano verso occidente. Lo stesso schema in sedici parti compare sul bordo del fegato di bronzo di Piacenza.

Sempre secondo Plinio, i libri etruschi insegnavano che nove divinità avevano il potere di scagliare fulmini e che esistevano undici tipi di folgore. Giove, il Tinia etrusco, ne disponeva di tre. Questa pluralità distingueva la dottrina etrusca da quella romana, che secondo lo stesso autore conservava soltanto due tipi di fulmine, attribuendo quelli diurni a Giove e quelli notturni a Summano, una divinità oscura e antichissima.

Le tre folgori di Tinia

Seneca, nelle Naturales quaestiones, descrive le tre folgori di Giove. La prima, che il dio lancia di sua iniziativa, è un avvertimento e non provoca grandi danni. La seconda può essere scagliata solo con il consenso di un consiglio di dodici dèi. La terza, la più distruttiva, richiede il parere di divinità superiori e nascoste, che i Latini chiamavano dii involuti. Persino il re degli dèi, dunque, non era libero di agire da solo.

Seneca riferisce anche una classificazione attribuita ad Aulo Cecina, un etrusco amico di Cicerone. I fulmini si distinguevano in base al momento in cui cadevano: alcuni precedevano una decisione e servivano da consiglio, altri la seguivano e ne confermavano o ne condannavano l'esito, altri ancora colpivano chi in quel momento non stava facendo nulla e annunciavano qualcosa sulla sua condizione.

Il luogo colpito

Il punto in cui era caduto un fulmine diventava sacro. Le tracce del fuoco celeste venivano raccolte e sepolte, e il luogo veniva recintato perché nessuno vi mettesse piede. In ambito romano questi recinti sono detti bidentalia, forse dal nome delle pecore sacrificate per purificarli. Iscrizioni latine con la formula fulgur conditum, cioè fulmine sepolto, sono state trovate in diverse località d'Italia e segnano proprio questi spazi interdetti.

Un documento singolare legato a questa tradizione è il calendario brontoscopico tramandato in greco da Giovanni Lido, funzionario bizantino del VI secolo. Il testo, che Lido presenta come derivato da una traduzione di Nigidio Figulo, indica per ogni giorno dell'anno il significato di un tuono. È difficile stabilire quanto conservi della dottrina originale, ma mostra la lunga fortuna di queste conoscenze.

La dottrina dei fulmini fu forse la parte più duratura dell'Etrusca disciplina. Ancora nel IV secolo d.C. una legge di Costantino permetteva di consultare gli aruspici quando un fulmine colpiva il palazzo imperiale o un edificio pubblico. Il cielo, per gli Etruschi, era un testo scritto con il fuoco, e la sua lettura rimase affidata a specialisti fino agli ultimi giorni del paganesimo.