Obnuntiatio: quando gli auspici bloccavano le assemblee di Roma
Il diritto di annunciare segni sfavorevoli, le leggi Elia e Fufia, Bibulo che osserva il cielo nel 59 a.C.: come gli auspici entrarono nella lotta politica.
Nella Roma repubblicana nessuna assemblea popolare poteva riunirsi, nessuna legge essere votata e nessun magistrato essere eletto senza che fossero stati presi gli auspici. Questo legame tra religione e politica offriva ai magistrati uno strumento potente: la possibilità di annunciare segni sfavorevoli e impedire così lo svolgimento di un'assemblea. In latino questo annuncio si chiamava obnuntiatio.
Il fulmine e le assemblee
Una regola antica stabiliva che, quando Giove tuonava o lanciava fulmini, non era lecito tenere i comizi del popolo. Cicerone la ricorda nel De divinatione, notando con ironia che il fulmine da sinistra, considerato favorevole in molte altre circostanze, diventava sfavorevole proprio per le assemblee. Bastava dunque che un magistrato dichiarasse di aver visto un lampo perché la riunione dovesse essere rinviata.
Agli auguri spettava un potere analogo. Nel De legibus Cicerone ricorda che un augure poteva sciogliere un'assemblea pronunciando la formula alio die, «in un altro giorno». Era una parola sufficiente a interrompere il lavoro politico, e per questo il collegio godeva di un'influenza che andava ben oltre la sfera religiosa, tanto che molti uomini politici ambivano a farne parte.
Le leggi Elia e Fufia
Intorno alla metà del II secolo a.C. due leggi, la Elia e la Fufia, regolarono l'uso degli auspici nelle assemblee. Il loro contenuto preciso è discusso dagli studiosi, ma sembra che riconoscessero ai magistrati la possibilità di bloccare le riunioni annunciando segni sfavorevoli. Cicerone le considerava un baluardo della tranquillità pubblica contro le iniziative dei tribuni più audaci.
Bibulo e il cielo osservato
Il caso più famoso risale al 59 a.C. Il console Marco Calpurnio Bibulo, avversario del collega Cesare, dopo essere stato cacciato con la violenza dal Foro, si ritirò in casa e per il resto dell'anno fece annunciare con editti che stava osservando il cielo. Secondo la dottrina, questo bastava a rendere illegittima ogni assemblea convocata nei giorni della sua osservazione. Cesare ignorò gli annunci e fece approvare le sue leggi.
La validità di quelle leggi rimase contestata per anni, e gli avversari di Cesare se ne servirono come argomento politico. L'anno seguente il tribuno Publio Clodio fece approvare una legge che limitava l'uso dell'obnuntiatio, anche se la sua portata esatta resta incerta. La religione degli auspici era diventata un'arma nella crisi della repubblica, e ciascuna parte la interpretava a proprio vantaggio.
Gli stessi contemporanei erano consapevoli di questo uso strumentale. Cicerone, pur difendendo le leggi Elia e Fufia, ammetteva nel De divinatione che molte regole augurali erano conservate soprattutto per la loro utilità politica. L'obnuntiatio mostrava così, con particolare evidenza, il doppio volto della religione pubblica romana, sospesa tra rispetto degli dèi e calcolo di potere.
Questa vicenda rivela con chiarezza la natura dell'augurato romano. Non era un sistema per conoscere il futuro, ma un insieme di regole che definivano quando un'azione pubblica era legittima. Proprio per questo poteva essere usato e abusato. Con l'avvento dell'impero, quando le assemblee persero importanza, anche l'obnuntiatio perse gran parte del suo significato politico.