Balaam, il profeta straniero e l'asina che vide l'angelo

Balaam figlio di Beor nel libro dei Numeri: il re Balak, l'asina parlante, le benedizioni su Israele, la stella di Giacobbe e l'iscrizione di Deir Alla.

Tra le figure profetiche della Bibbia ebraica, Balaam è una delle più singolari. Non è un israelita, ma un indovino straniero, figlio di Beor, chiamato da un re nemico per maledire il popolo d'Israele. La sua storia, narrata nei capitoli 22-24 del libro dei Numeri, contiene uno degli episodi più celebri dell'Antico Testamento, quello dell'asina parlante, e una profezia che la tradizione successiva ha letto in chiave messianica.

Il re di Moab e l'incarico

Secondo il racconto biblico, mentre gli Israeliti erano accampati nelle steppe di Moab, il re Balak, figlio di Zippor, temendo la loro forza, mandò messaggeri a Balaam, che abitava a Petor, presso il fiume, generalmente identificato con l'Eufrate. Gli offriva ricompense perché venisse a maledire quel popolo, convinto che la parola del veggente avesse il potere di determinarne la sconfitta.

Balaam rispose che avrebbe potuto dire soltanto ciò che Dio gli avesse messo in bocca. Dopo un primo rifiuto e una seconda ambasceria, partì con i principi di Moab. Il testo presenta così un indovino conosciuto e consultato fuori da Israele, la cui autorità era riconosciuta dai popoli vicini, e insieme lo sottomette interamente alla volontà del Dio d'Israele.

L'asina e l'angelo

Lungo la strada avviene l'episodio più noto. Un angelo con la spada sguainata si pone sul cammino, visibile all'asina ma non al profeta. Per tre volte l'animale devia, si schiaccia contro un muro, si accovaccia, e per tre volte Balaam lo percuote. Allora il Signore apre la bocca dell'asina, che rimprovera il padrone; solo dopo gli occhi di Balaam si aprono ed egli vede l'angelo davanti a sé.

L'ironia del racconto è evidente: il veggente di professione è cieco davanti a ciò che una bestia da soma riconosce. L'episodio ha avuto grande fortuna nell'arte, dalle miniature medievali ai capitelli romanici, fino al dipinto giovanile di Rembrandt del 1626, conservato a Parigi, che coglie il momento in cui il profeta alza il bastone sull'animale.

Le benedizioni e la stella di Giacobbe

Giunto presso Balak, Balaam fa erigere altari su alture da cui si scorge l'accampamento israelita. Ma per tre volte, invece della maledizione richiesta, dalle sue labbra escono benedizioni, con grande collera del re. Nel quarto oracolo pronuncia la celebre frase: «Una stella spunta da Giacobbe, uno scettro sorge da Israele». In ambito giudaico e cristiano queste parole furono interpretate come annuncio di un sovrano futuro.

Alcuni Padri della Chiesa, tra cui Origene, collegarono questa stella a quella seguita dai Magi nel Vangelo di Matteo. Altrove, però, la Bibbia giudica Balaam severamente: il libro dei Numeri gli attribuisce il consiglio di sedurre Israele all'idolatria, e il Nuovo Testamento, nella seconda lettera di Pietro e nell'Apocalisse, ne fa il modello di chi tradisce per guadagno.

Nel 1967 a Deir Alla, in Giordania, gli archeologi scoprirono frammenti di un'iscrizione dipinta su intonaco, in un'antica lingua semitica, databile all'incirca all'VIII secolo a.C., che parla di «Balaam figlio di Beor», veggente degli dèi, e di una sua visione notturna. Il testo non conferma il racconto biblico, ma mostra che un veggente con quel nome era noto nella regione anche al di fuori della Bibbia.