Anfiarao, il veggente che marciò verso la morte annunciata
Anfiarao, indovino argivo dei Sette contro Tebe: la collana di Erifile, la terra che lo inghiottì e l'oracolo dei sogni nel santuario di Oropo.
Tra i sette eroi che marciarono contro Tebe, uno sapeva fin dall'inizio come sarebbe finita. Anfiarao, figlio di Oicle e discendente di Melampo, era re e indovino ad Argo. Aveva previsto che la spedizione sarebbe fallita e che tutti i capi, tranne Adrasto, vi avrebbero trovato la morte. Eppure partì. La sua vicenda, al centro del ciclo tebano, è una delle più intense riflessioni greche sul rapporto tra conoscenza del futuro e destino.
La collana di Erifile
Anfiarao aveva giurato che, in caso di contrasto con il cognato Adrasto, si sarebbe rimesso al giudizio della moglie Erifile. Quando Polinice, esule da Tebe, cercò alleati per riconquistare il trono contro il fratello Eteocle, sapeva di dover convincere proprio lei. Le offrì allora la collana di Armonia, dono nuziale degli dèi alla sposa di Cadmo, ed Erifile decise che il marito dovesse partire.
Il veggente obbedì, ma prima di lasciare Argo affidò ai figli, e in particolare ad Alcmeone, il compito di vendicarlo. Anni dopo, secondo il mito, Alcmeone uccise la madre e guidò gli Epigoni, i figli dei Sette, nella nuova spedizione che riuscì a conquistare Tebe. La collana di Armonia continuò a portare sventura a chiunque la possedesse.
Il saggio senza emblema
Eschilo, nei Sette contro Tebe del 467 a.C., descrive i guerrieri schierati davanti alle sette porte della città, ciascuno con un emblema minaccioso sullo scudo. Anfiarao è l'eccezione: il suo scudo è privo di insegne, perché egli, dice il messaggero, «non vuole sembrare il migliore, ma esserlo». È il ritratto di un uomo giusto costretto a combattere per una causa che disapprova, e che rimprovera apertamente Tideo e Polinice.
Durante la battaglia, secondo la tradizione raccolta anche da Pindaro, Anfiarao fuggiva sul suo carro inseguito da Periclimeno quando Zeus, per sottrarlo a una morte ingloriosa, scagliò un fulmine e aprì la terra, che lo inghiottì vivo insieme ai cavalli e all'auriga. Il veggente non morì dunque come gli altri: scomparve sottoterra e continuò a esistere come presenza divina.
L'oracolo di Oropo
Da quella scomparsa nacque un culto. A Oropo, al confine tra Attica e Beozia, sorse l'Amphiareion, un santuario in cui Anfiarao era venerato come eroe oracolare e, nella credenza antica, come guaritore. I fedeli, dopo riti di purificazione, dormivano nel portico del santuario per ricevere in sogno la risposta del dio, secondo la pratica dell'incubazione. Le rovine, con il piccolo teatro e il lungo portico, sono ancora visibili.
Erodoto racconta che Creso, re di Lidia, mise alla prova diversi oracoli greci e che quello di Anfiarao fu tra i pochi a dare una risposta giudicata veritiera, tanto che il re vi inviò ricche offerte. L'episodio testimonia il prestigio di cui godeva l'antico veggente già nel VI secolo a.C.
Dante ricorda Anfiarao nel ventesimo canto dell'Inferno, tra gli indovini, evocando il momento in cui la terra si aprì sotto di lui mentre i Tebani gli gridavano dietro. Nella memoria antica restò invece soprattutto l'immagine dell'indovino giusto, che conosce il proprio destino e non vi si sottrae, e che proprio per questo fu accolto tra le figure venerate della Grecia.