Cassandra, la profetessa di Troia condannata a non essere creduta
Figlia di Priamo, Cassandra ebbe da Apollo il dono della profezia e la condanna dell'incredulità: il mito da Eschilo a Euripide e Virgilio.
Nessuna figura del mito greco incarna il paradosso della profezia quanto Cassandra, figlia di Priamo ed Ecuba. Vedeva con chiarezza la rovina della sua città, la annunciava a gran voce, e nessuno le prestava fede. La sua storia attraversa l'intera letteratura antica, dai poemi del ciclo troiano alla tragedia ateniese fino all'Eneide, e ha lasciato nella lingua comune un nome che ancora oggi indica chi prevede sventure senza essere ascoltato.
Il dono di Apollo e la condanna
Secondo la versione più diffusa, riferita tra gli altri da Eschilo nell'Agamennone, rappresentato ad Atene nel 458 a.C., Apollo si innamorò della principessa troiana e le concesse l'arte profetica in cambio della promessa di unirsi a lui. Cassandra accettò il dono ma poi si sottrasse al dio. Non potendo ritirare ciò che aveva dato, Apollo vi aggiunse una condanna: le sue profezie sarebbero state vere, ma nessuno le avrebbe credute.
Esisteva anche un racconto diverso, conservato da fonti più tarde e dagli scoli. Cassandra e il fratello gemello Eleno, lasciati da bambini nel santuario di Apollo, sarebbero stati trovati con dei serpenti che lambivano loro le orecchie, gesto che avrebbe aperto i loro sensi alla voce del futuro. Eleno divenne anch'egli indovino ma, a differenza della sorella, fu ascoltato, tanto che i Greci, catturatolo, ottennero da lui oracoli decisivi per la presa della città.
Gli avvertimenti ignorati
Le fonti attribuiscono a Cassandra una lunga serie di avvertimenti caduti nel vuoto. Avrebbe riconosciuto in Paride, fin dal suo ritorno a corte, la futura rovina di Troia, e avrebbe denunciato l'inganno del cavallo di legno. Virgilio, nel secondo libro dell'Eneide, la descrive mentre apre la bocca ai fati futuri, «mai creduta dai Teucri» per volere del dio, nell'ultima notte della città.
Durante il saccheggio, Aiace di Locride la trascinò via dalla statua di Atena presso cui si era rifugiata, un sacrilegio che secondo la tradizione attirò sui Greci l'ira della dea durante il ritorno in patria. Nella spartizione del bottino Cassandra toccò ad Agamennone, il capo della spedizione, che la condusse con sé a Micene come schiava e concubina.
La scena di Micene
L'Agamennone di Eschilo offre il ritratto più potente della profetessa. Davanti alla reggia degli Atridi, mentre il re entra nel palazzo, Cassandra resta a lungo muta, poi esplode in un delirio profetico. Vede il sangue antico della casata, il banchetto in cui Tieste mangiò senza saperlo i propri figli, e annuncia l'imminente uccisione del re e di se stessa per mano di Clitennestra. Il coro la compiange ma non comprende, e lei entra consapevolmente incontro alla morte.
Euripide, nelle Troiane del 415 a.C., la rappresenta in una luce più amara: la principessa, destinata ad Agamennone, agita fiaccole nuziali per una sorta di matrimonio funebre, prevedendo che quella unione porterà la rovina anche al vincitore. In età ellenistica il poemetto Alessandra, tradizionalmente attribuito a Licofrone, trasformò la sua profezia in un lungo monologo oscuro, celebre per la difficoltà del linguaggio.
Cassandra non è soltanto una vittima del dio: è l'immagine di una conoscenza separata dalla possibilità di agire. Per i Greci una profezia vera poteva restare inutile se mancava chi la ascoltasse, e questa distanza tra il vedere e il credere ha reso la figlia di Priamo uno dei simboli più duraturi della cultura europea, ripresa da pittori, poeti e drammaturghi fino all'età moderna.