Siwa e l'oracolo di Ammone: il viaggio di Alessandro nel deserto

L'oracolo di Zeus Ammone nell'oasi di Siwa: il dio dalle corna d'ariete, l'armata perduta di Cambise e la visita di Alessandro Magno nel 331 a.C.

Nel deserto occidentale egiziano, a centinaia di chilometri dalla valle del Nilo, l'oasi di Siwa ospitava uno dei santuari oracolari più rispettati del Mediterraneo antico. Vi si venerava Amon, il grande dio di Tebe, che i Greci chiamavano Zeus Ammone e rappresentavano con corna di ariete. La sua fama raggiunse la Grecia già in età arcaica, ma fu la visita di Alessandro Magno a renderlo leggendario.

Un oracolo egiziano per i Greci

I Greci conobbero Ammone soprattutto attraverso Cirene, la colonia fondata sulla costa libica. Pindaro compose un inno in suo onore e, secondo Pausania, lo dedicò alla statua del dio che si trovava a Tebe di Beozia. Tra i Greci che consultarono l'oracolo le fonti ricordano Cimone e lo spartano Lisandro, e lo stesso Creso, secondo Erodoto, lo incluse nella sua celebre prova degli oracoli.

Erodoto narra inoltre che Cambise, il re persiano conquistatore dell'Egitto, inviò un esercito contro gli Ammoni e che i soldati scomparvero nel deserto, travolti, secondo il racconto locale, da una tempesta di sabbia. La storia ha alimentato per secoli la fantasia di esploratori e cercatori, ma la sorte di quell'armata resta sconosciuta.

La marcia di Alessandro

Nell'inverno tra il 332 e il 331 a.C., dopo aver preso possesso dell'Egitto e fondato Alessandria, Alessandro decise di raggiungere l'oasi. Gli storici antichi, tra cui Arriano, Plutarco, Diodoro e Curzio Rufo, descrivono una traversata difficile, con l'acqua che si esauriva e le piste cancellate dal vento. Arriano riferisce due tradizioni diverse: secondo Tolomeo la colonna fu guidata da due serpenti che emettevano una voce, secondo Aristobulo da due corvi.

Le motivazioni del viaggio sono discusse. Arriano scrive che Alessandro voleva emulare Perseo ed Eracle, che secondo la leggenda avevano consultato lo stesso dio, e che faceva risalire in parte la propria origine ad Ammone, come i miti facevano risalire a Zeus quella dei due eroi. Nel viaggio si intrecciavano dunque devozione personale e calcolo politico.

Il saluto del sacerdote

Che cosa accadde nel santuario rimane in parte un mistero, perché Alessandro entrò da solo. Plutarco racconta che il sacerdote lo salutò come figlio del dio, e riferisce anche una spiegazione più prosaica: volendo dirgli in greco «figliolo», il sacerdote avrebbe sbagliato una lettera, pronunciando parole che suonavano come «figlio di Zeus». Lo stesso Plutarco aggiunge che Alessandro scrisse alla madre Olimpiade di aver ricevuto responsi segreti, che le avrebbe rivelato al ritorno.

Diodoro descrive il modo in cui il dio rispondeva: la sua immagine, ornata di pietre preziose, veniva portata in processione su una barca dorata da numerosi sacerdoti, che si muovevano nella direzione indicata, si credeva, da un cenno divino. È lo stesso tipo di oracolo processionale documentato nei templi della valle del Nilo.

Dopo Alessandro

Dopo la morte del re, i suoi successori coniarono monete in cui Alessandro appare con le corna di ariete di Ammone, segno visibile della filiazione divina rivendicata a Siwa. Nell'oasi restano le rovine del tempio dell'oracolo sulla rocca di Aghurmi e quelle del tempio fatto costruire dal faraone Nectanebo II a Umm Ubayda, poco distante.

Ai tempi di Strabone, nel I secolo a.C., l'oracolo era ormai quasi abbandonato, perché i Romani preferivano gli oracoli sibillini e l'aruspicina etrusca. Rimase però il ricordo di quel colloquio nel deserto, che contribuì a trasformare un re macedone in una figura semidivina e lasciò alla storia una delle sue scene più enigmatiche.