La Sibilla Cumana e i Libri Sibillini nella Roma antica
La Sibilla di Cuma, Tarquinio e i nove libri, il collegio dei quindecemviri, l'incendio del Campidoglio e la distruzione attribuita a Stilicone.
Tra tutte le Sibille dell'antichità, quella di Cuma ebbe il legame più stretto con la storia di Roma. Nella colonia greca della Campania, tra le più antiche d'Occidente, la tradizione collocava una profetessa ispirata da Apollo, e Roma custodì per secoli una raccolta di oracoli attribuiti a una Sibilla, i Libri Sibillini, consultati dallo Stato nei momenti di crisi. La loro storia si intreccia con la leggenda, la politica e la religione pubblica romana.
Tarquinio e i nove libri
Il racconto più celebre è riferito da Dionigi di Alicarnasso e da Aulo Gellio. Una vecchia straniera si presentò al re Tarquinio, identificato per lo più con il Superbo, offrendogli nove libri di oracoli a un prezzo altissimo. Al rifiuto del re ne bruciò tre e chiese la stessa somma per i sei rimasti; respinta di nuovo, ne bruciò altri tre. Tarquinio, impressionato, acquistò infine gli ultimi tre al prezzo iniziale, e la donna scomparve.
La tradizione identificò la venditrice con la Sibilla Cumana. I libri furono depositati nel tempio di Giove Capitolino e affidati a un collegio sacerdotale, inizialmente di due membri, poi portato a dieci e infine a quindici, i quindecemviri sacris faciundis. Solo il Senato poteva ordinarne la consultazione, e i sacerdoti ne riferivano le indicazioni, che di solito prescrivevano nuovi culti o cerimonie espiatorie.
Gli oracoli al servizio dello Stato
Attraverso i Libri Sibillini Roma accolse diverse divinità straniere. Secondo le fonti, fu una loro indicazione a portare in città il culto di Esculapio da Epidauro all'inizio del III secolo a.C., e nel 204 a.C., durante la guerra contro Annibale, la pietra sacra della Grande Madre fu trasferita da Pessinunte, in Asia Minore. I libri erano dunque uno strumento per gestire le crisi e per integrare il nuovo nella religione civica.
Nell'83 a.C. un incendio distrusse il tempio capitolino e con esso la raccolta originaria. Il Senato inviò allora ambasciatori in diverse città del Mediterraneo, tra cui Eritre, per raccogliere versi sibillini e ricostituire il corpus. Augusto, divenuto pontefice massimo, fece esaminare i testi profetici in circolazione, distruggendone molti ritenuti spuri, e trasferì i Libri Sibillini nel tempio di Apollo sul Palatino.
L'antro e la fine dei libri
Virgilio, nel sesto libro dell'Eneide, fa visitare a Enea la Sibilla di Cuma, che lo guida nella discesa agli Inferi. Descrive il suo antro dalle cento aperture, da cui escono altrettante voci. Nel 1932 l'archeologo Amedeo Maiuri identificò a Cuma una lunga galleria trapezoidale scavata nel tufo come il possibile antro della Sibilla; l'interpretazione è suggestiva ma ancora discussa dagli studiosi.
La storia dei Libri Sibillini si chiuse all'inizio del V secolo d.C. Secondo il poeta Rutilio Namaziano, fu il generale Stilicone a farli bruciare, un gesto che il poeta, legato alla religione tradizionale, considerò un sacrilegio contro il destino stesso di Roma. Con loro scomparve uno degli strumenti più antichi della religione pubblica romana.
Restano oggi gli Oracoli sibillini in greco, composti in larga parte in ambiente giudaico e cristiano, che non coincidono con i libri ufficiali di Roma. La Sibilla Cumana sopravvisse invece nella letteratura e nell'arte, da Ovidio, che narra il suo desiderio di una vita lunghissima ottenuta senza la giovinezza, fino alla volta della Cappella Sistina, dove Michelangelo la ritrasse vecchia e possente.