Le rune e la divinazione: che cosa racconta Tacito nella Germania
Il capitolo 10 della Germania di Tacito sulle sorti dei Germani, il dibattito sulle «notae» e il rapporto con le prime iscrizioni runiche del II secolo.
Quando oggi si parla di rune divinatorie, si pensa a pietre incise con i segni del futhark. Ma su che cosa poggia questa associazione? Il testo antico più citato è un passo della Germania di Tacito, scritta intorno al 98 d.C. Leggerlo con attenzione permette di distinguere ciò che sappiamo davvero sulle sorti dei Germani da ciò che è stato aggiunto in epoca moderna.
Il capitolo 10 della Germania
Tacito scrive che i Germani osservano più di ogni altro popolo «auspicia sortesque», auspici e sorti. Il metodo descritto è semplice. Si taglia un ramo da un albero da frutto, lo si divide in bastoncini e li si contrassegna con certi segni, «notis quibusdam». I bastoncini vengono sparsi a caso su un panno bianco.
Se la consultazione riguarda la comunità, il compito spetta al sacerdote della civitas; se è privata, al capofamiglia. Dopo aver pregato gli dèi e guardando il cielo, egli raccoglie tre bastoncini, uno alla volta, e li interpreta secondo i segni impressi. Se il responso è negativo, sullo stesso argomento non si torna a consultare nello stesso giorno.
Le «notae» erano rune?
Il punto delicato è proprio la natura di quelle notae. Tacito non le descrive e non usa alcuna parola che significhi «lettera». Molti studiosi ritengono che si trattasse di semplici contrassegni o simboli, non necessariamente di caratteri alfabetici. Altri hanno ipotizzato un legame con le rune, ma la questione rimane aperta.
La cronologia invita alla prudenza. Le iscrizioni runiche più antiche conosciute, come quella sul pettine di Vimose in Danimarca, risalgono alla seconda metà del II secolo d.C., cioè a qualche decennio dopo la Germania. È possibile che la scrittura runica fosse già in formazione, ma Tacito non ne offre una prova.
Che cosa sappiamo delle rune
Il futhark antico, il più antico alfabeto runico, contava ventiquattro segni ed era usato soprattutto per brevi iscrizioni su armi, gioielli, pettini e, più tardi, pietre commemorative. Il nome deriva dai primi sei segni. Alcuni testi norreni medievali attribuiscono alle rune un potere magico, e il poema eddico Hávamál racconta come Odino, secondo il mito, le abbia conquistate appeso a un albero.
Queste fonti, però, sono molto più tarde di Tacito e appartengono al mondo scandinavo del Medioevo. Nessuna descrive un sistema di divinazione con ventiquattro rune estratte da un sacchetto: quella forma è un'elaborazione del Novecento. Le associazioni tra singole rune e significati divinatori, oggi molto diffuse, si basano in gran parte sui nomi tramandati dai poemi runici medievali, testi brevi in antico inglese, norreno e islandese che descrivevano le lettere con strofe mnemoniche.
Tra filologia e immaginario
Il capitolo di Tacito conserva così un doppio valore. È una testimonianza preziosa di un rito di sorteggio presso popoli che non hanno lasciato scritti propri, ed è anche un esempio di come un testo classico possa essere caricato di significati nuovi da epoche successive. Già nell'Ottocento romantico la Germania fu letta come ritratto di antenati ideali.
Leggere la Germania senza forzature significa riconoscere la sobrietà della pratica che descrive: un ramo, un panno bianco, tre bastoncini e un sacerdote che guarda il cielo. Il legame con le rune resta un'ipotesi suggestiva, non una certezza della storia, e proprio questa incertezza merita di essere raccontata con onestà.