Chiromanzia: storia della lettura della mano da Aristotele a Cocles

La chiromanzia nella storia: le osservazioni di Aristotele, i trattati medievali, Hartlieb, Cocles e Indagine, fino alla chirognomia dell'Ottocento.

La parola chiromanzia unisce il greco cheir, «mano», e manteia, «divinazione». Indica l'arte di trarre presagi sul carattere e sul destino di una persona dalle linee, dalle pieghe e dalle prominenze del palmo. È una delle pratiche divinatorie più longeve d'Europa, e la sua storia attraversa la filosofia naturale antica, i manoscritti medievali, la stampa rinascimentale e le fiere popolari, fino alle sale eleganti dell'Ottocento.

Tracce antiche

Una pratica strutturata di lettura della mano nell'antichità greca non è ben documentata, e molte attribuzioni a filosofi antichi sono leggende posteriori. Un dato sicuro è che Aristotele, nella Historia animalium, notò che le linee del palmo variano da persona a persona e accennò a un rapporto tra certe linee e la durata della vita. Era un'osservazione di filosofia naturale, non un sistema divinatorio, ma i chiromanti successivi la citarono spesso per dare autorità alla loro arte.

Tradizioni di lettura della mano esistevano anche in India e in Cina, con sviluppi propri. I collegamenti diretti tra queste tradizioni e quella europea, tuttavia, sono incerti. Anche l'idea, diffusa nell'Ottocento, che la chiromanzia sia stata portata in Europa dai gruppi romaní provenienti dall'India è una semplificazione: i trattati latini sono anteriori al loro arrivo documentato in Occidente.

Il Medioevo e i primi trattati

In Europa i testi latini di chiromanzia compaiono nel XII secolo e si moltiplicano nei due secoli successivi, spesso brevi e accompagnati da disegni di mani con le linee annotate. Si consolidò allora un lessico destinato a durare: la linea della vita, la linea del cuore, la linea della testa, detta anche mensale, e i «monti» alla base delle dita, intitolati ai pianeti, come il monte di Venere sotto il pollice e quello di Giove sotto l'indice.

Nel 1456 il medico bavarese Johannes Hartlieb inserì la chiromanzia tra le sette arti proibite nel suo Buch aller verbotenen Kunst. Lo stesso Hartlieb, poco prima, aveva composto un trattato di chiromanzia, segno di quanto l'atteggiamento verso queste arti fosse ambivalente. Condanna morale e curiosità erudita convivevano spesso nella stessa persona.

La stampa e il Rinascimento

La stampa diede alla chiromanzia una nuova diffusione. A Bologna, nel 1504, uscì la Chyromantie ac physionomie anastasis di Bartolomeo della Rocca, detto Cocles, che univa la lettura della mano alla fisiognomica. Nel 1522 Johannes ab Indagine pubblicò le Introductiones apotelesmaticae, presto tradotte in varie lingue. In questi libri le xilografie di mani divennero un elemento caratteristico.

La Chiesa guardò con sospetto alla chiromanzia quando pretendeva di predire il futuro, perché pareva contraddire il libero arbitrio. Anche per questo molti autori la presentavano come una scienza naturale dei segni del corpo, vicina alla medicina e alla fisiognomica. Il Concilio di Trento e l'Indice dei libri proibiti colpirono le arti divinatorie in generale, ma la chiromanzia continuò a circolare in edizioni e compendi.

Dall'Ottocento alla cultura popolare

Nell'Ottocento il capitano francese Casimir Stanislas d'Arpentigny pubblicò La chirognomonie (1839), dedicata alla forma della mano più che alle linee, e Adolphe Desbarrolles divulgò la chiromanzia nei salotti parigini. In Inghilterra, invece, il Vagrancy Act del 1824 puniva chi pretendeva di predire la sorte «by palmistry or otherwise», cioè con la chiromanzia o altri mezzi.

La lunga vicenda della chiromanzia racconta il desiderio antico di vedere nel corpo una scrittura leggibile. Tra trattati dotti e banchi di fiera, la mano è rimasta per secoli un piccolo libro che ogni epoca ha letto con i propri strumenti e le proprie paure, dal medico medievale al curioso dell'età vittoriana.