Girolamo Savonarola, il frate che si proclamò profeta di Firenze
Girolamo Savonarola a Firenze: le prediche apocalittiche, la spada del Signore, la discesa di Carlo VIII e il rogo del 1498 in piazza della Signoria.
Negli ultimi anni del Quattrocento, Firenze ascoltò un predicatore che parlava apertamente del futuro come di una rivelazione ricevuta da Dio. Girolamo Savonarola, frate domenicano nato a Ferrara nel 1452, divenne in pochi anni la voce più potente della città, annunciando flagelli, castighi e una futura rinnovazione della Chiesa. La sua parabola, conclusa sul patibolo nel 1498, è uno dei grandi episodi della profezia nell'Italia del Rinascimento.
Il predicatore di San Marco
Savonarola entrò nell'ordine domenicano a Bologna nel 1475. Giunto a Firenze, fu destinato al convento di San Marco, di cui divenne priore nel 1491. Le sue prediche, tenute in San Marco e poi nella cattedrale di Santa Maria del Fiore, attiravano folle crescenti. Commentando l'Apocalisse e i profeti dell'Antico Testamento, annunciava tre verità: la Chiesa sarebbe stata flagellata, poi rinnovata, e tutto ciò sarebbe avvenuto presto.
A queste prediche è legata una formula latina che egli stesso racconta di aver udito in una visione: «Ecce gladius Domini super terram cito et velociter», ecco la spada del Signore sopra la terra, presto e velocemente. L'immagine di una spada sospesa nel cielo fu riprodotta anche in incisioni e medaglie legate al frate, divenendo l'emblema stesso della sua profezia.
Il nuovo Ciro e la repubblica
Nel 1494 il re di Francia Carlo VIII scese in Italia con un grande esercito per rivendicare il regno di Napoli. A Firenze molti videro in lui il flagello annunciato da Savonarola, il «nuovo Ciro» di cui il frate aveva parlato riprendendo il libro di Isaia. Piero de' Medici fu cacciato, e Savonarola, inviato tra gli ambasciatori presso il re, contribuì a evitare il saccheggio della città.
Nella nuova repubblica il frate esercitò un'influenza enorme, sostenendo il Consiglio Maggiore e una riforma morale dei costumi. Nel 1495 pubblicò il Compendio di rivelazioni, in cui raccontava come gli fossero giunte le sue visioni e difendeva la natura divina della sua missione. I suoi seguaci, detti piagnoni, organizzarono i celebri falò delle vanità, in cui furono bruciati oggetti di lusso, carte da gioco, libri e dipinti.
La caduta
Le prediche contro la corruzione della curia romana e la fedeltà all'alleanza francese misero Savonarola in conflitto con papa Alessandro VI, che gli vietò di predicare e nel 1497 lo scomunicò. In città crescevano gli oppositori. Nell'aprile 1498 fu proposta una prova del fuoco tra un francescano e un domenicano per verificare la verità delle sue dottrine; la prova non ebbe luogo, e il popolo lo considerò sconfitto.
Pochi giorni dopo il convento di San Marco fu assalito e il frate arrestato. Sottoposto a processo e a tortura, fu condannato insieme a due confratelli. Il 23 maggio 1498 i tre furono impiccati e i loro corpi bruciati in piazza della Signoria, dove ancora oggi una lapide nel selciato ricorda il luogo dell'esecuzione.
La memoria di Savonarola divise a lungo Firenze e la Chiesa. Per alcuni fu un fanatico, per altri un vero profeta e un martire; Machiavelli, nel Principe, lo citò come esempio dei «profeti disarmati» destinati alla rovina. Al di là dei giudizi, la sua vicenda mostra come nel Rinascimento la parola profetica potesse diventare una forza politica capace di contribuire alla caduta di un regime e alla nascita di un altro.