I sogni nei poemi omerici: messaggeri divini e ombre dei morti

Nell'Iliade e nell'Odissea i sogni sono figure che stanno sopra il capo del dormiente: il Sogno ingannatore di Agamennone, l'ombra di Patroclo, Nausicaa.

Nei poemi omerici il sogno non è un'immagine che nasce dentro la mente di chi dorme, ma una presenza che viene da fuori. Gli dèi lo inviano, oppure lo è un'anima dei defunti, e quasi sempre si colloca sopra il capo del dormiente per parlargli. Questa concezione, molto lontana dalla nostra, ha attirato l'attenzione degli storici della religione greca, che vi hanno visto una delle forme più antiche di pensiero sul sogno in Europa e una chiave per capire il rapporto tra uomini e dèi nell'epica.

Il sogno funesto di Agamennone

All'inizio del secondo libro dell'Iliade Zeus, deciso a onorare Achille, vuole infliggere una sconfitta agli Achei. Chiama allora Oneiros, il Sogno, personificato come una divinità minore, e lo manda dal re Agamennone. Il messaggero prende l'aspetto del vecchio Nestore, il consigliere più rispettato, e assicura al re che è giunto il momento di conquistare Troia.

Agamennone si sveglia pieno di fiducia, ma il sogno è ingannevole: Zeus vuole proprio spingerlo verso la battaglia per farlo sconfiggere. L'episodio mostra che nell'immaginario omerico un sogno mandato dagli dèi può essere falso, e che nemmeno il re più potente ha mezzi sicuri per distinguere. Già nel primo libro, del resto, Achille aveva suggerito di consultare un interprete di sogni, ricordando che anche il sogno viene da Zeus.

L'ombra di Patroclo

Nel ventitreesimo libro dell'Iliade, dopo la morte dell'amico, Achille si addormenta sulla riva del mare. Gli appare l'anima di Patroclo, identica a lui nella statura, negli occhi e nella voce, che gli chiede di essere sepolto al più presto per poter attraversare le porte dell'Ade. Achille tende le braccia per stringerlo, ma l'ombra svanisce sotto terra come fumo.

L'episodio è tra i più commoventi del poema e testimonia una credenza diffusa nel mondo antico: i morti non ancora sepolti potevano visitare i vivi in sogno per reclamare i riti funebri. Achille, svegliandosi, comprende che nell'Ade esiste davvero qualcosa dell'uomo, un'immagine priva di sostanza. Il funerale solenne di Patroclo, con i giochi in suo onore, segue direttamente questa visione notturna.

Atena e i sogni dell'Odissea

Nell'Odissea è soprattutto Atena a servirsi dei sogni per guidare i protagonisti. Nel sesto libro la dea entra nella stanza della giovane Nausicaa, principessa dei Feaci, con l'aspetto di una sua amica, figlia di Dimante. La rimprovera di trascurare le vesti e la invita ad andare al fiume a lavarle: è così che la ragazza incontrerà Odisseo naufrago sulla spiaggia.

Nel quarto libro, invece, Atena consola Penelope, angosciata per la partenza del figlio Telemaco, inviandole un fantasma con le sembianze della sorella Iftime. In entrambi i casi il sogno non va interpretato: comunica un messaggio diretto, adattato alla persona che lo riceve, e si inserisce con naturalezza nell'azione del poema. Più complesso è il sogno delle oche che Penelope racconta nel diciannovesimo libro, legato all'immagine delle due porte.

Omero offre così un repertorio di sogni che i Greci continuarono a citare per secoli. Filosofi, retori e interpreti come Artemidoro tornavano a questi episodi per discutere della verità dei sogni, del ruolo degli dèi e della sorte delle anime, facendo dei poemi omerici il primo grande testo di riferimento della cultura onirica occidentale.