I Ching, il Libro dei Mutamenti: storia di un classico divinatorio
Dallo Zhouyi dei Zhou alle Dieci Ali attribuite a Confucio, dal manoscritto di Mawangdui a Leibniz: la storia dell'I Ching e dei suoi 64 esagrammi.
Pochi testi hanno attraversato tremila anni di storia come l'I Ching, o Yijing, il «Classico dei mutamenti». Nato come manuale per interpretare i responsi di una pratica divinatoria, divenne uno dei cinque classici del confucianesimo, un testo di filosofia commentato da generazioni di letterati e, in età moderna, un libro letto in tutto il mondo. La sua storia è una lunga stratificazione di testi, interpretazioni e usi diversi, che conviene distinguere con attenzione.
Lo Zhouyi e i sessantaquattro esagrammi
Il nucleo più antico del libro è lo Zhouyi, i «Mutamenti dei Zhou», composto probabilmente durante la dinastia Zhou occidentale, intorno al IX secolo a.C., anche se la datazione esatta resta discussa. È costituito da sessantaquattro esagrammi, figure di sei linee sovrapposte, ciascuna intera o spezzata. Ogni esagramma ha un nome, un breve giudizio e una frase per ciascuna delle sei linee.
La tradizione attribuiva la creazione degli otto trigrammi al mitico sovrano Fuxi e la loro combinazione in sessantaquattro esagrammi al re Wen dei Zhou. Sono attribuzioni leggendarie, che esprimono il prestigio del testo più che la sua storia reale. I giudizi, brevi e spesso enigmatici, parlano di viaggi, sacrifici, guerre, matrimoni e raccolti.
Le Dieci Ali e la svolta filosofica
Tra il periodo degli Stati Combattenti e l'inizio della dinastia Han si aggiunsero allo Zhouyi una serie di commenti noti come Dieci Ali. La tradizione li attribuiva a Confucio, ma gli studiosi moderni li considerano opera di più autori successivi. Con le Dieci Ali, e in particolare con il Grande Commento, il libro diventò una riflessione sul cambiamento, sullo yin e sullo yang e sull'ordine del cosmo.
Nel 136 a.C., sotto l'imperatore Wu degli Han, il Libro dei Mutamenti fu incluso tra i classici ufficiali. Nel III secolo d.C. il giovane filosofo Wang Bi ne scrisse un commento che privilegiava il significato morale e filosofico rispetto ai calcoli numerici, influenzando la lettura per molti secoli. In epoca Song, il filosofo Zhu Xi tornò invece a valorizzare la funzione divinatoria del libro, ricordando che esso era nato per la consultazione.
Manoscritti, steli e lettori occidentali
La divinazione con lo Zhouyi si eseguiva tradizionalmente con cinquanta steli di achillea, manipolati secondo un procedimento descritto nel Grande Commento; in seguito si diffuse anche l'uso delle monete. La scoperta archeologica di un manoscritto su seta a Mawangdui, in una tomba chiusa nel 168 a.C., ha mostrato un ordine degli esagrammi diverso da quello tradizionale.
In Europa il testo fu conosciuto grazie ai gesuiti. Il missionario Joachim Bouvet ne inviò uno schema a Leibniz, che nel 1703 vi riconobbe una somiglianza con il suo sistema binario. Nel 1924 il sinologo Richard Wilhelm ne pubblicò una traduzione tedesca, destinata a una larga diffusione nel Novecento e a sua volta tradotta in inglese e in altre lingue europee.
Il Libro dei Mutamenti è dunque molte cose insieme: un manuale di divinazione dell'età del bronzo, un classico della filosofia cinese e un oggetto di curiosità per l'Occidente moderno. Leggerne la storia significa seguire il modo in cui ogni epoca ha trovato in quelle sessantaquattro figure una chiave per pensare il mutamento.