Piromanzia: leggere il fuoco degli altari nel mondo antico
La piromanzia dal Prometeo di Eschilo all'Edipo di Seneca, fino alle classificazioni di Varrone e Isidoro di Siviglia e alle condanne medievali.
Il fuoco è stato a lungo il mediatore per eccellenza tra uomini e dèi. Sugli altari bruciavano le offerte, e il modo in cui la fiamma si alzava, crepitava o si spegneva poteva essere letto come un segno. La piromanzia, dal greco pyr, «fuoco», è appunto la divinazione per mezzo della fiamma. Non fu quasi mai un'arte autonoma, ma una parte dell'osservazione del sacrificio, accanto all'esame delle viscere e al volo degli uccelli.
Il dono di Prometeo
Nel Prometeo incatenato attribuito a Eschilo, il titano elenca i doni fatti agli uomini. Oltre al fuoco stesso, egli afferma di aver insegnato loro a interpretare i sogni, il volo degli uccelli e i segni delle vittime sacrificali, e di aver reso leggibili «i segni fiammeggianti», prima oscuri agli occhi umani. Il passo mostra come per i Greci l'osservazione della fiamma facesse parte del sapere divinatorio.
Nel mondo greco questa forma è chiamata talvolta empiromanzia. Si osservava come bruciavano le parti della vittima destinate agli dèi, in particolare i femori avvolti nel grasso, e se la fiamma era viva e chiara, o invece stentata e fumosa. Un fuoco che prendeva bene era considerato favorevole, mentre una fiamma che faticava ad accendersi suggeriva il rifiuto dell'offerta.
L'Edipo di Seneca
Una descrizione letteraria memorabile si trova nell'Edipo di Seneca. Tiresia, ormai cieco, chiede alla figlia Manto di descrivergli la fiamma del sacrificio. Manto osserva che il fuoco non si leva in un'unica colonna luminosa, ma si divide, cambia colore e si mescola al fumo: un presagio funesto, che anticipa la scoperta della colpa di Edipo.
La scena è costruita per l'effetto drammatico, ma rivela quali elementi venissero considerati significativi: la direzione della fiamma, la sua forma, il colore e il rapporto con il fumo. Sono gli stessi criteri che ricorrono, in forma più sobria, nelle fonti religiose. Seneca, filosofo stoico, conosceva bene la tradizione divinatoria romana e la mise in scena con precisione, pur senza condividerne tutte le credenze.
Varrone, Isidoro e le arti proibite
L'erudito romano Varrone, secondo quanto riferisce Isidoro di Siviglia nelle Etymologiae, distingueva quattro generi di divinazione legati agli elementi: terra, acqua, aria e fuoco. Di qui nacquero i nomi geomanzia, idromanzia, aeromanzia e piromanzia, destinati a una lunga fortuna nella cultura medievale. Lo schema dei quattro elementi offriva un ordine semplice e completo, e per questo fu ripreso da enciclopedisti, teologi e predicatori per secoli.
Nel Medioevo la piromanzia compare soprattutto negli elenchi di pratiche condannate, nei trattati teologici e nei manuali per confessori. Nel 1456 Johannes Hartlieb la incluse tra le sette arti proibite. In questi testi, più che una pratica diffusa, appare come una categoria del sapere, ereditata dalla classificazione antica e ripetuta di testo in testo.
La storia della piromanzia segue quella del sacrificio: quando gli altari pagani si spensero, anche la lettura della loro fiamma perse il suo contesto. Ne rimase il nome, conservato dai dotti, e l'antica intuizione che il fuoco, elemento instabile e vivo, potesse parlare. Un'eco di quell'idea sopravvive ancora nei falò rituali delle feste popolari europee.