Gli aruspici a Roma, dal Senato repubblicano alla riforma di Claudio
Come gli aruspici etruschi entrarono al servizio dello Stato romano: il responso del 56 a.C., l'orazione di Cicerone e la riforma voluta da Claudio.
Roma ebbe sempre un rapporto ambivalente con gli aruspici. Erano stranieri, venivano dall'Etruria e praticavano un'arte diversa dalla tradizione augurale latina. Eppure, nei momenti di crisi, il Senato si rivolgeva proprio a loro per interpretare i prodigi più inquietanti. Nel corso dei secoli questi esperti passarono dalla condizione di consulenti occasionali a quella di un corpo organizzato al servizio dello Stato.
Una formazione aristocratica
Cicerone, nel De divinatione, ricorda un decreto del Senato che stabiliva di affidare ai popoli dell'Etruria alcuni giovani delle famiglie più illustri, perché vi apprendessero la disciplina. Il passo ci è giunto in forma corrotta e il numero dei giovani è incerto; Valerio Massimo riferisce una notizia simile. Lo scopo era chiaro: evitare che un sapere così importante, per la povertà di chi lo praticava, si riducesse a un mestiere a pagamento.
Accanto agli aruspici di alto rango esistevano infatti indovini privati, che offrivano i loro servizi in cambio di denaro. Gli autori latini ne parlano spesso con disprezzo. Catone il Vecchio, nel suo trattato sull'agricoltura, raccomanda che il fattore non consulti aruspici, auguri, indovini e astrologi caldei: un consiglio che rivela quanto queste figure fossero diffuse anche nelle campagne.
Il responso del 56 a.C.
Un episodio ben documentato risale al 56 a.C. Nel territorio vicino a Roma si era udito un misterioso rumore accompagnato da un frastuono simile a quello delle armi. Il Senato consultò gli aruspici, che individuarono diverse colpe religiose, tra cui la profanazione di luoghi sacri. Il tribuno Publio Clodio usò il responso contro Cicerone, sostenendo che la sua casa sul Palatino, ricostruita dopo l'esilio, sorgeva su un terreno consacrato.
Cicerone replicò con un'orazione, il De haruspicum responso, in cui interpretava il responso in senso opposto, attribuendo a Clodio stesso le colpe denunciate dagli dèi. Il discorso è prezioso perché mostra come i pareri degli aruspici entrassero direttamente nella lotta politica, e come ciascuna parte cercasse di volgerli a proprio favore con gli strumenti dell'eloquenza.
La riforma di Claudio
In età imperiale il prestigio della disciplina sembrava in declino. Tacito racconta che nel 47 d.C. l'imperatore Claudio, grande appassionato di antichità etrusche e autore di una storia degli Etruschi in venti libri scritta in greco e oggi perduta, propose al Senato di intervenire perché la più antica disciplina d'Italia non scomparisse per negligenza. Il Senato incaricò i pontefici di stabilire che cosa dell'aruspicina andasse conservato e rafforzato.
Le iscrizioni di età imperiale ricordano un ordine di sessanta aruspici, l'ordo haruspicum LX, i cui membri provenivano in buona parte da famiglie etrusche. Il legame con la terra d'origine rimase forte: la disciplina continuò a essere considerata un patrimonio dell'Etruria anche quando la lingua etrusca non era più parlata. Accanto agli aruspici pubblici operavano quelli al seguito degli imperatori e dei governatori.
La storia degli aruspici a Roma è quella di un sapere straniero diventato istituzione. I Romani lo temevano e lo rispettavano insieme, e gli affidarono le domande a cui la propria religione non sapeva rispondere. Fu proprio questo ruolo pubblico a garantire alla disciplina etrusca una sopravvivenza di molti secoli dopo la fine dell'Etruria indipendente.