Prodigi e procuratio: come Roma rispondeva ai segni dell'ira divina
Piogge di pietre, buoi parlanti, statue che sudano: come il Senato romano accoglieva i prodigi, chi li interpretava e con quali riti si cercava di espiarli.
Nella Roma repubblicana alcuni eventi straordinari non erano considerati semplici curiosità, ma prodigi: segni che indicavano una frattura nella pax deorum, la buona intesa tra la città e i suoi dèi. Un fulmine su un tempio, una pioggia di pietre, la nascita di un animale deforme o una statua che sembrava sudare dovevano essere riferiti alle autorità e trattati secondo procedure precise.
Il resoconto al Senato
I prodigi venivano annunciati al Senato, che decideva se accettarli come fenomeni di interesse pubblico. Non tutti erano riconosciuti: un evento avvenuto su un terreno privato, ad esempio, poteva essere escluso. Una volta accettato, il prodigio veniva affidato agli esperti. I pontefici indicavano i riti tradizionali, i sacerdoti addetti ai Libri Sibillini consultavano quei testi, e nei casi più oscuri si chiamavano gli aruspici dall'Etruria.
Livio registra con cura, anno per anno, gli elenchi di prodigi riferiti al Senato. Una raccolta di questi episodi, il Liber prodigiorum di Giulio Ossequente, ci è giunta in parte e copre il periodo dal 190 al 12 a.C. Le liste mostrano una grande varietà di fenomeni: buoi che parlano, sciami d'api, sorgenti che sembrano sgorgare sangue, lampi in un cielo sereno, animali nati con forme insolite.
L'espiazione
La risposta a un prodigio si chiamava procuratio. Poteva consistere in sacrifici, in giorni di preghiera pubblica, detti supplicationes, o in banchetti offerti alle immagini degli dèi, i lectisternia. Livio racconta che già sotto il re Tullo Ostilio, dopo una pioggia di pietre sul monte Albano, fu istituita una cerimonia di nove giorni, il novendiale sacrum, che si ripeteva ogni volta che il fenomeno si ripresentava.
Nei casi considerati più gravi la procuratio poteva essere drammatica. Nel 207 a.C., durante la guerra contro Annibale, nacque a Frosinone un bambino di sesso incerto. Gli aruspici chiamati dall'Etruria stabilirono che doveva essere allontanato dal territorio romano: fu chiuso in una cassa e gettato in mare. I pontefici ordinarono inoltre che ventisette fanciulle percorressero la città cantando un inno composto dal poeta Livio Andronico.
Una religione della comunità
Il sistema dei prodigi rivela una concezione particolare del rapporto con il divino. I segni non riguardavano il destino dei singoli, ma la comunità nel suo insieme. Erano frequenti soprattutto nei momenti di crisi, come la guerra annibalica, quando la tensione rendeva più attenti a ogni anomalia. La loro espiazione aveva anche una funzione civile: rassicurava il popolo e rinsaldava la coesione della città intorno ai suoi riti.
Il ricorso agli aruspici etruschi, in particolare, mostra come Roma non esitasse a servirsi di competenze straniere quando la propria tradizione non bastava. I pontefici custodivano i riti romani, i Libri Sibillini offrivano risposte di origine greca, gli aruspici portavano la sapienza dell'Etruria. La città univa così sistemi religiosi diversi in un'unica procedura pubblica.
Già Livio notava che ai suoi tempi i prodigi venivano riferiti meno spesso, e attribuiva questa trascuratezza alla stessa indifferenza che portava molti a credere che gli dèi non annunciassero più nulla. Lo storico, pur senza credere a tutti i racconti, si rifiutava di eliminarli dalla sua opera: facevano parte della memoria di Roma e del modo in cui gli antenati avevano dato un senso agli eventi.