Cicerone e il De divinatione: un augure contro la divinazione

Nel 44 a.C. Cicerone, membro del collegio degli auguri, scrisse il più importante trattato antico sulla divinazione: struttura, argomenti e ironie.

È uno dei paradossi più interessanti della cultura romana: il testo antico più completo sulla divinazione, e insieme la critica più acuta contro di essa, fu scritto da un augure. Marco Tullio Cicerone, membro del collegio dal 53 a.C., compose il De divinatione tra il 45 e il 44 a.C., negli ultimi mesi della dittatura di Cesare, e lo completò subito dopo la sua morte.

Un dialogo tra fratelli

L'opera è un dialogo in due libri, ambientato nella villa di Cicerone a Tuscolo. Nel primo libro parla il fratello Quinto, che difende la divinazione con argomenti tratti soprattutto dalla filosofia stoica e con una lunga serie di esempi storici. Nel secondo libro risponde Marco, che sottopone quegli argomenti a una critica serrata, secondo il metodo dell'Accademia e in particolare del filosofo Carneade.

Quinto distingue due grandi forme di divinazione. La prima è artificiale, cioè fondata su tecniche e osservazioni: comprende l'aruspicina, l'augurato, l'interpretazione dei prodigi e l'astrologia. La seconda è naturale e si manifesta nei sogni e nelle profezie pronunciate in stato di ispirazione. Questa divisione, ripresa per secoli, rimane uno strumento utile per orientarsi tra le pratiche del mondo antico.

Le ironie di un augure

Nel secondo libro Cicerone non risparmia il sarcasmo. Si chiede perché un dio dovesse rivelarsi a un contadino emergendo da una zolla, come nel mito di Tagete, e osserva che i polli sacri mangiano con avidità semplicemente perché vengono tenuti a digiuno. Ricorda inoltre una battuta attribuita a Catone il Vecchio, che si meravigliava che un aruspice non ridesse quando ne incontrava un altro.

Questi passaggi hanno reso il De divinatione un classico del pensiero critico. Cicerone esamina i presagi uno per uno, propone spiegazioni naturali, mostra che molti racconti sono stati costruiti dopo i fatti e che le coincidenze vengono ricordate più degli errori. Non attacca gli dèi, ma l'idea che essi comunichino con gli uomini attraverso segni così incerti e contraddittori.

Religione e Stato

Eppure Cicerone non chiede l'abolizione degli auspici. Ritiene che vadano conservati per l'utilità della repubblica e per l'opinione del popolo. Nel De legibus, scritto qualche anno prima, aveva descritto il diritto degli auguri come il più alto e importante dello Stato. La posizione non è contraddittoria: per Cicerone la religione pubblica è una struttura civile da rispettare, anche quando la ragione filosofica ne mette in dubbio i fondamenti.

Si tratta di un atteggiamento diffuso nell'élite romana della tarda repubblica, che distingueva tra la religione dei filosofi, quella dei poeti e quella dello Stato. Le cerimonie pubbliche andavano celebrate con scrupolo perché tenevano unita la comunità, mentre la discussione sulla loro verità poteva svolgersi liberamente nelle ville e nei libri.

Il De divinatione è anche la nostra fonte principale per molte notizie sull'Etrusca disciplina e sull'augurato. Senza di esso conosceremmo meno bene il mito di Tagete, la storia di Atto Navio, i presagi di Cesare. Per questo l'opera ha avuto una fortuna lunghissima: letta dagli autori cristiani, dagli umanisti e dai filosofi dell'età moderna, resta un punto di partenza per chiunque voglia capire la divinazione antica.