Il fegato di Piacenza, mappa in bronzo del cielo etrusco

Scoperto nel 1877 a Settima di Gossolengo, il fegato di bronzo di Piacenza riporta i nomi degli dèi etruschi divisi in caselle: ecco come si legge.

Nel settembre del 1877, nei campi di Settima, frazione di Gossolengo, poco lontano da Piacenza, un contadino che arava il terreno portò alla luce un piccolo oggetto di bronzo dalla forma insolita. Solo in seguito si capì che si trattava del modello di un fegato di pecora coperto di iscrizioni etrusche. Oggi è conservato ai Musei Civici di Palazzo Farnese a Piacenza ed è considerato uno dei documenti più importanti per conoscere la religione etrusca.

Un oggetto piccolo e denso

Il fegato misura poco più di dodici centimetri di lunghezza e sta comodamente in una mano. La superficie superiore riproduce con una certa fedeltà l'anatomia dell'organo: si riconoscono la cistifellea e le sporgenze che gli antichi osservavano durante l'esame delle viscere. Su questa superficie sono tracciate linee che la dividono in caselle, ciascuna con il nome abbreviato di una divinità. Il margine esterno ne conta sedici, mentre la parte interna ne ospita altre ventiquattro.

La datazione più accettata colloca l'oggetto tra il II e il I secolo a.C., in un'epoca in cui l'Etruria era ormai integrata nel mondo romano. Non sappiamo con certezza a che cosa servisse: poteva essere uno strumento didattico per giovani aruspici, un promemoria per l'uso rituale o un'offerta votiva. Il luogo del ritrovamento, nella pianura padana, mostra comunque quanto la disciplina fosse diffusa anche lontano dai centri dell'Etruria tirrenica.

Gli dèi nelle caselle

Tra i nomi leggibili compaiono figure ben note del pantheon etrusco. Tin, il dio supremo corrispondente a Giove, ricorre in più caselle; accanto a lui si leggono Uni, l'equivalente di Giunone, Fufluns, divinità vicina a Dioniso, Selvans, protettore dei boschi e dei confini, e Neθ, abbreviazione di Nethuns, il dio delle acque. Sulla faccia inferiore, divisa in due metà, si leggono invece Usils, il sole, e Tivr, la luna.

La disposizione dei nomi non è casuale. Gli studiosi hanno notato che le sedici caselle del bordo corrispondono alle sedici regioni in cui, secondo Plinio il Vecchio, gli Etruschi dividevano il cielo. Un'analoga suddivisione celeste, popolata di divinità, si ritrova molti secoli dopo nell'opera di Marziano Capella, autore tardoantico delle Nozze di Filologia e Mercurio, che probabilmente attingeva a fonti erudite di tradizione etrusca.

Il cielo riflesso nelle viscere

L'idea che sta alla base del fegato di Piacenza è che l'organo dell'animale sacrificato rifletta, in piccolo, l'ordine del cosmo. Ogni zona del fegato corrisponde a una regione del cielo e alla divinità che vi abita. Un'anomalia in un punto preciso indicava quale dio stesse inviando un segnale e con quale intenzione. L'aruspice leggeva dunque il fegato come una mappa orientata, nella quale il basso e l'alto si corrispondevano.

Modelli di fegato in argilla, usati per l'insegnamento della divinazione, sono noti anche in Mesopotamia, ad esempio a Mari e a Babilonia, molti secoli prima. Il confronto fa pensare a contatti antichi tra il mondo orientale e l'Etruria, anche se le modalità di questa trasmissione restano oggetto di discussione tra gli specialisti e non possono essere ricostruite con sicurezza.

Il fegato di Piacenza è un oggetto che sta in una mano, eppure riassume una visione del mondo. In esso il corpo dell'animale, la volta celeste e la gerarchia divina coincidono. Per lo storico è una chiave preziosa per decifrare la teologia etrusca; per il visitatore di oggi rimane un'immagine affascinante di come gli antichi cercassero l'ordine dell'universo dentro le cose più vicine e concrete.