I libri rituales e la fondazione delle città secondo il rito etrusco
Mura, porte, pomerio e solco primigenio: che cosa contenevano i libri rituales etruschi e come influenzarono la fondazione di Roma e delle colonie.
La terza parte dell'Etrusca disciplina non riguardava l'interpretazione dei segni, ma l'ordinamento della vita collettiva. I libri rituales stabilivano come si dovesse fondare una città, consacrare un tempio, tracciare i confini, organizzare le divisioni del popolo. Il grammatico Festo, che riassume l'opera dell'erudito augusteo Verrio Flacco, ne dà una definizione ampia: in quei libri era scritto «con quale rito si fondino le città» e si consacrino altari e templi.
Il solco primigenio
Secondo Varrone, molte città del Lazio venivano fondate alla maniera etrusca. Il fondatore tracciava un solco con un aratro trainato da un toro e da una vacca, aggiogati in modo che la vacca stesse dalla parte interna. La terra sollevata veniva rovesciata verso l'interno e formava idealmente il muro, mentre il solco rappresentava il fossato. Dove si voleva aprire una porta, l'aratro veniva sollevato e portato oltre, lasciando il terreno intatto.
Varrone collegava proprio a questo gesto la parola porta, facendola derivare dal verbo portare. L'etimologia è probabilmente una ricostruzione erudita, ma mostra quanto il rito fosse ancora presente nella memoria romana. Plutarco, nella Vita di Romolo, racconta che il fondatore di Roma fece venire dall'Etruria uomini esperti, che diressero le cerimonie secondo leggi e scritture sacre, insegnando ogni dettaglio come in un rito misterico.
Il pomerio e il mundus
La linea tracciata dall'aratro definiva il pomerio, il confine sacro della città. All'interno valevano regole particolari: non si potevano seppellire i morti e i magistrati non potevano esercitare il comando militare. Allargare il pomerio era un atto solenne, riservato a chi aveva esteso i confini dello Stato. Gli imperatori Claudio e Vespasiano, tra gli altri, compirono questo rito, ricordato da cippi iscritti ritrovati a Roma.
Plutarco ricorda anche il mundus, una fossa circolare scavata al momento della fondazione, nella quale si gettavano primizie e un pugno di terra portato dalla patria di ciascun colono. Il mundus univa la città nuova al mondo sotterraneo e alla terra degli antenati. Secondo la tradizione romana veniva aperto in alcuni giorni dell'anno, e si diceva che allora il mondo dei morti fosse in contatto con quello dei vivi.
Oltre la città
Secondo Festo i libri rituales si occupavano anche dell'ordinamento delle tribù, delle curie e delle centurie, della costituzione degli eserciti e di molte altre materie relative alla guerra e alla pace. Alla stessa sfera erano collegati i testi sui limiti della vita umana e sulla durata dei popoli, e i libri Acherontici, che riguardavano il destino delle anime dopo la morte e la possibilità, secondo la dottrina etrusca, che alcune di esse divenissero divine.
Di questi ultimi parlano scrittori cristiani come Arnobio e il commentatore virgiliano Servio, in termini spesso polemici o sommari. Non possiamo quindi ricostruirne il contenuto con precisione, ma la loro esistenza conferma che la disciplina etrusca abbracciava l'intera esistenza umana, dalla fondazione della comunità fino al destino oltre la morte, e non soltanto l'interpretazione dei segni.
Attraverso i libri rituales gli Etruschi lasciarono a Roma qualcosa di più di una tecnica divinatoria: un'idea di città come spazio consacrato, delimitato e ordinato secondo la volontà degli dèi. Le colonie romane, con le loro mura, le porte e gli assi stradali, conservarono a lungo traccia di questa concezione, anche quando il significato religioso dei gesti originari si era ormai affievolito.