I saecula etruschi: il tempo dei popoli misurato dai prodigi
Gli Etruschi credevano che ogni popolo avesse una durata stabilita, divisa in saecula annunciati da prodigi. Le fonti: Varrone, Censorino, Plutarco.
Tra le dottrine più originali dell'Etrusca disciplina c'è quella dei saecula. Gli Etruschi ritenevano che la vita degli uomini, delle città e dei popoli avesse limiti fissati dagli dèi, e che il tempo storico fosse diviso in epoche di durata variabile. La fine di ciascuna veniva annunciata da segni straordinari, che gli aruspici avevano il compito di riconoscere e di spiegare alla comunità.
Come si misurava un secolo
La fonte principale è il grammatico Censorino, che nel 238 d.C. scrisse il trattato De die natali e vi riassunse dottrine attinte in gran parte da Varrone. Secondo questa esposizione, il primo saeculum di una città cominciava il giorno della sua fondazione e terminava con la morte della persona più longeva fra quelle nate in quel giorno. Il secondo si misurava allo stesso modo, a partire dalla fine del primo, e così via per i successivi.
Non era quindi una misura fissa di cento anni, come il nostro secolo. Il saeculum etrusco coincideva con la durata massima di una vita umana e poteva variare sensibilmente. Poiché gli uomini non erano in grado di stabilire con esattezza quando morisse l'ultimo testimone di un'epoca, si credeva che gli dèi inviassero prodigi per segnalarne la fine e l'inizio di quella successiva.
Dieci epoche per il popolo etrusco
Censorino riferisce, sempre sulla base di Varrone, che nelle storie etrusche si leggeva che al loro popolo erano stati assegnati dieci saecula. Quelle storie, precisa, erano state scritte durante l'ottavo; restavano dunque il nono e il decimo, compiuti i quali sarebbe finito il nome etrusco. In questa visione il destino di una nazione era già scritto, e la sua fine non era un evento imprevisto, ma il compimento di un termine stabilito.
Plutarco, nella Vita di Silla, racconta un episodio dell'88 a.C. Da un cielo sereno si udì un suono di tromba acuto e lugubre, che atterrì tutti. Gli indovini etruschi dichiararono che il prodigio annunciava il passaggio a una nuova epoca. Plutarco riferisce la loro dottrina in una forma leggermente diversa: le età degli uomini sarebbero otto, ciascuna con costumi e modi di vita propri, e il dio ne segnalerebbe il cambiamento con un segno.
La cometa del 44 a.C.
L'episodio più celebre riguarda la cometa apparsa nel 44 a.C., durante i giochi organizzati da Ottaviano in onore di Cesare. Secondo il commentatore virgiliano Servio, un aruspice di nome Vulcanio dichiarò in pubblica assemblea che la cometa segnava la fine del nono saeculum e l'inizio del decimo. Aggiunse che, rivelando quel segreto contro la volontà degli dèi, sarebbe morto subito, e il racconto vuole che crollasse prima di finire il discorso.
Il calcolo di Vulcanio collocava dunque il popolo etrusco nell'ultima epoca della sua storia. Pochi decenni dopo la civiltà etrusca era ormai assorbita in quella romana e la sua lingua andava scomparendo. La cometa, chiamata sidus Iulium, fu letta invece dalla propaganda di Ottaviano come segno dell'ascesa di Cesare tra gli dèi, e comparve a lungo sulle sue monete.
I Romani conobbero una propria celebrazione del passaggio da un'epoca all'altra, i ludi saeculares, la cui origine è discussa ma che alcuni antichi collegavano a dottrine di questo genere. Augusto li celebrò nel 17 a.C., e Orazio compose per l'occasione il Carmen saeculare. In quelle cerimonie sopravviveva, trasformata, l'antica convinzione che il tempo abbia un ritmo stabilito dagli dèi.