L'aruspicina: leggere il volere divino nelle viscere degli animali
Fegato, cuore e polmoni delle vittime sacrificali: come operava l'aruspice etrusco e romano e quali segni considerava favorevoli o infausti.
Il cuore della divinazione etrusca era l'esame delle viscere, che i Latini chiamavano extispicium. Dopo il sacrificio di un animale, di solito una pecora o un bovino, l'aruspice osservava gli organi interni, gli exta, per capire se gli dèi avevano gradito l'offerta e quale fosse la loro volontà. I libri haruspicini, la prima delle tre parti dell'Etrusca disciplina, raccoglievano le regole di questa lettura e i casi che servivano da riferimento.
Gli organi osservati
Gli exta comprendevano il fegato, la cistifellea, il cuore, i polmoni e la membrana che avvolge l'intestino. Il fegato era l'organo più importante. Gli autori latini parlano di una sua parte detta caput iecoris, la testa del fegato, che doveva presentarsi ben formata. Si distingueva inoltre una parte detta familiaris, che riguardava chi offriva il sacrificio e la sua comunità, e una parte detta hostilis, riferita invece al nemico o all'avversario.
La mancanza o la deformazione di un organo era considerata un presagio grave. Livio racconta che nel 208 a.C., poco prima che il console Marco Claudio Marcello cadesse in un'imboscata presso Venosa, il fegato di una vittima sacrificata fu trovato privo della testa. Episodi simili ricorrono spesso nelle fonti come annunci di sventura, e per lo più sono riferiti a posteriori, quando la sventura si era già compiuta.
L'aruspice al lavoro
Le immagini antiche mostrano l'aruspice con un abito caratteristico: un berretto alto e appuntito e un mantello trattenuto da una fibula. Uno specchio di bronzo da Vulci, oggi nei Musei Vaticani e databile intorno al 400 a.C., rappresenta l'indovino greco Calcante, raffigurato con le ali, chino su un fegato che tiene in mano. L'iscrizione etrusca Chalchas, incisa accanto alla figura, permette di identificarlo con certezza.
L'esame aveva due momenti distinti. Il primo serviva a stabilire se il sacrificio era stato accettato: in latino si diceva litare quando gli dèi lo avevano gradito. A Roma il magistrato poteva ripetere il sacrificio finché non otteneva questo esito, un'usanza che i critici antichi consideravano rivelatrice del carattere convenzionale della pratica. Solo dopo si passava alla consultazione vera e propria sul futuro di un'impresa o di una decisione pubblica.
In entrambi i casi non si trattava di un'intuizione personale, ma di un'interpretazione regolata. L'aruspice confrontava ciò che vedeva con quanto stabilito nei libri e formulava una risposta secondo criteri riconosciuti. Proprio per questo la sua autorità dipendeva dalla formazione ricevuta e dall'appartenenza a una tradizione, più che da doti individuali di veggenza.
Origini e confronti
L'idea di leggere il volere divino nelle viscere non era esclusiva degli Etruschi. In Mesopotamia l'epatoscopia era una scienza antichissima, documentata da testi e da modelli in argilla. Anche i Greci consultavano le viscere prima delle battaglie, come ricorda più volte Senofonte nell'Anabasi. Gli Etruschi, però, ne fecero un sistema teologico complesso, legato alla divisione del cielo e alla collocazione degli dèi nelle diverse regioni.
Per i Romani l'aruspicina rimase sempre un'arte straniera, rispettata ma diversa dalla tradizione propriamente latina degli auguri. Proprio questa estraneità le conferì prestigio: gli aruspici erano gli esperti a cui ci si rivolgeva quando i segni erano oscuri. Il loro sapere sopravvisse per secoli, fino a quando le leggi dell'impero cristiano vietarono i sacrifici e, con essi, la lettura delle viscere.