L'antro di Trofonio a Lebadea, l'oracolo da cui si tornava cambiati
L'oracolo di Trofonio a Lebadea in Beozia: il mito del costruttore, le fonti di Lete e Mnemosine, la discesa descritta da Pausania e la fama dell'antro.
Tra gli oracoli greci, nessuno godeva di una fama così inquietante come quello di Trofonio a Lebadea, in Beozia. Chi lo consultava non si limitava ad ascoltare una profetessa, ma scendeva di persona sotto terra, in un antro buio da cui risaliva sconvolto. Nella Grecia antica si diceva scherzosamente di una persona cupa e accigliata che «era stato da Trofonio». A differenza di molti altri oracoli, conosciamo il santuario da un testimone diretto: Pausania, che lo consultò di persona.
Il costruttore e il tesoro
Secondo l'Inno omerico ad Apollo, Trofonio e il fratello Agamede posero le fondamenta del primo tempio di Delfi. Una leggenda raccolta da Pausania aggiunge un episodio meno nobile: i due avrebbero costruito anche il tesoro del re Irieo, lasciando una pietra mobile da cui entravano di notte a rubare. Quando Agamede rimase intrappolato, Trofonio gli tagliò la testa per non essere riconosciuto e poco dopo fu inghiottito dalla terra presso Lebadea.
Da quel momento, secondo la tradizione, Trofonio divenne una potenza sotterranea capace di rivelare il futuro. Pausania racconta che l'oracolo fu scoperto durante una siccità, quando i Beoti, su indicazione della Pizia, seguirono uno sciame di api fino a una fenditura del terreno. Le api, legate in molte tradizioni greche alla profezia, indicarono così il luogo in cui l'eroe sotterraneo attendeva i suoi visitatori.
Lete e Mnemosine
Pausania descrive la consultazione nel nono libro della sua opera. Il visitatore trascorreva alcuni giorni in un edificio sacro, offriva sacrifici a diverse divinità e si purificava nel fiume Ercina. Prima della discesa beveva da due fonti: quella di Lete, l'oblio, per dimenticare i pensieri precedenti, e quella di Mnemosine, la memoria, per ricordare ciò che avrebbe visto.
L'antro era una camera artificiale a forma di forno, a cui si accedeva con una scala leggera. Da lì si passava per un'apertura stretta, scivolando con i piedi in avanti e tenendo in mano focacce al miele. Ciò che accadeva nel buio veniva percepito in modi diversi: alcuni vedevano, altri udivano. Al ritorno il consultante, ancora stordito, sedeva sul trono di Mnemosine e riferiva ai sacerdoti la propria esperienza.
Una fama letteraria
L'antro compare in molti autori. Erodoto ricorda che il re Creso lo incluse tra gli oracoli da mettere alla prova e che Mys, inviato del generale persiano Mardonio, vi si recò prima della battaglia di Platea. Nelle Nuvole di Aristofane, Strepsiade, prima di entrare nella scuola di Socrate, confessa di sentirsi come chi sta per scendere nell'antro di Trofonio.
Plutarco, nel dialogo Sul demone di Socrate, attribuisce a un giovane di nome Timarco una lunga visione avuta nell'antro, in cui l'anima, staccandosi dal corpo, contemplava il cosmo e il destino delle anime. È un racconto filosofico, non una testimonianza storica, ma mostra come Lebadea fosse diventata un simbolo dell'incontro diretto con il mistero.
Ai tempi di Plutarco, che altrove lamenta il silenzio di tanti oracoli della Beozia, il santuario di Trofonio era ancora attivo. Il suo carattere unico, fatto di prove, di attesa e di discesa nel buio, lo avvicina più ai culti misterici che agli altri oracoli, e spiega perché la sua memoria sia sopravvissuta fino a noi.