I Libri sibillini: le profezie custodite sul Campidoglio

Storia dei Libri sibillini di Roma: la vendita a Tarquinio, i custodi quindecemviri, i nuovi culti introdotti, l'incendio dell'83 a.C. e la fine con Stilicone.

Per quasi mille anni Roma conservò in un luogo segreto una raccolta di oracoli in versi greci, da consultare soltanto nei momenti di grave pericolo. Erano i Libri sibillini, attribuiti alla Sibilla e affidati a un collegio di sacerdoti. A differenza degli oracoli greci, non rispondevano a domande private: erano uno strumento dello Stato, aperto solo per ordine del Senato quando prodigi, pestilenze o sconfitte facevano temere l'ira degli dèi.

La vendita a Tarquinio

Il racconto più noto è riportato da Dionigi di Alicarnasso e da Aulo Gellio. Una donna straniera si presentò al re Tarquinio offrendogli nove libri a un prezzo altissimo. Al suo rifiuto ne bruciò tre e chiese la stessa somma per i sei rimasti; respinta di nuovo, ne bruciò altri tre. Il re, colpito, acquistò allora gli ultimi tre al prezzo iniziale, e la donna scomparve.

Le fonti non concordano sul sovrano: alcune parlano di Tarquinio Prisco, altre di Tarquinio il Superbo. Anche l'identità della donna varia, ma la tradizione più diffusa la identificò con la Sibilla di Cuma. Si tratta di una leggenda, che tuttavia esprime bene il valore attribuito a quei testi: ciò che il re aveva rifiutato per avarizia diventava, una volta perduto in parte, ancora più prezioso.

I custodi e le consultazioni

I libri furono riposti in una cassa di pietra sotto il tempio di Giove Capitolino. Inizialmente ne erano responsabili due uomini, i duumviri sacris faciundis; nel 367 a.C. il collegio salì a dieci membri, metà dei quali plebei, e in età sillana a quindici, da cui il nome di quindecemviri. Solo loro potevano leggere i versi e riferirne il contenuto al Senato.

Dalle consultazioni nacquero alcune delle principali innovazioni religiose di Roma. Livio narra che nel 399 a.C. fu celebrato il primo lettisternio, un banchetto offerto alle statue degli dèi. All'inizio del III secolo a.C., durante una pestilenza, fu introdotto il culto di Esculapio da Epidauro, e nel 204 a.C., nel pieno della guerra annibalica, la pietra sacra della Grande Madre fu portata a Roma dall'Asia Minore.

Incendi e ricostruzioni

Nell'83 a.C. il tempio di Giove Capitolino bruciò e i libri andarono perduti. Il Senato inviò allora delegati in varie città, tra cui Eritre in Ionia, per raccogliere nuovi versi sibillini. Tacito ricorda che si cercò di distinguere i testi autentici da quelli falsi, un compito delicato in un'epoca in cui circolavano molte profezie non ufficiali.

Augusto intervenne a sua volta. Secondo Svetonio, fece bruciare oltre duemila libri profetici di autorità dubbia e conservò soltanto i Sibillini, dopo averli fatti rivedere, collocandoli in due scrigni dorati sotto la base della statua di Apollo Palatino. La collezione restava così legata al dio protettore del principe e al nuovo ordine politico.

La fine giunse all'inizio del V secolo d.C. Il poeta Rutilio Namaziano accusa il generale Stilicone di aver dato alle fiamme i libri del destino, gesto che egli considera un tradimento di Roma. Gli Oracoli sibillini in greco che ci sono giunti sono invece un'opera diversa, composta in ambiente giudaico e cristiano, e non vanno confusi con i libri del Campidoglio.