Il silenzio degli oracoli: Plutarco e la fine della profezia antica
Perché gli oracoli tacquero? Il dialogo di Plutarco, la morte del grande Pan, le domande di Cicerone, i tentativi di Giuliano e le leggi di Teodosio.
Tra il I secolo a.C. e il IV secolo d.C. molti dei grandi oracoli greci si spensero lentamente. Il fenomeno non sfuggì agli antichi, che cercarono di spiegarlo con argomenti religiosi, filosofici e storici. Le loro riflessioni ci permettono di seguire il declino di un'istituzione millenaria, che non scomparve all'improvviso ma attraversò fasi di crisi, rinascite parziali e infine una chiusura definitiva.
Le domande di Cicerone
Già Cicerone, nel De divinatione, scritto intorno al 44 a.C., si chiedeva perché gli oracoli delfici non fossero più pronunciati come un tempo. Il personaggio del fratello Quinto sosteneva che la forza della terra che ispirava la Pizia potesse essersi esaurita col tempo, come accade ai fiumi che si seccano. Cicerone rispondeva con ironia, giudicando quella spiegazione poco convincente.
Più di un secolo dopo, Giovenale poteva scrivere in una satira che gli oracoli di Delfi tacevano. Il verso non va preso alla lettera, perché il santuario continuava a funzionare, ma documenta la diffusa percezione di un declino. Nel mondo romano, del resto, altre forme di divinazione, dall'astrologia agli auspici, attiravano ormai l'attenzione delle élite e dei sovrani.
Il dialogo di Plutarco
La riflessione più ampia si trova nel dialogo di Plutarco Sul tramonto degli oracoli, composto intorno al 100 d.C. Un personaggio osserva che la Beozia, un tempo piena di santuari profetici, ne conserva ormai soltanto uno, quello di Trofonio a Lebadea. A Delfi, dove in passato servivano due Pizie e una di riserva, ne basta una sola, e la Grecia intera, spopolata, non saprebbe fornire più di tremila opliti.
Le spiegazioni proposte sono varie: la diminuzione della popolazione, il venir meno del soffio ispiratore, il ruolo dei demoni, esseri intermedi tra dèi e uomini che, secondo alcuni personaggi, presiedevano agli oracoli e potevano allontanarsi o morire. Plutarco, sacerdote di Apollo, non condivide tutte queste tesi, ma le espone con libertà.
La morte del grande Pan
Nello stesso dialogo si legge il racconto più celebre legato a questo tema. Sotto il regno di Tiberio, un pilota egiziano di nome Thamus, mentre navigava presso le isole Echinadi, avrebbe udito una voce misteriosa che gli ordinava di annunciare, giunto a Palode, che il grande Pan era morto. Quando lo gridò, si levò dalla riva un lamento di molte voci.
Gli autori cristiani, a partire da Eusebio, lessero l'episodio come il segno della fine degli antichi dèi in coincidenza con l'età di Cristo. Plutarco, naturalmente, non gli attribuiva questo significato, e lo presentava come una storia riferita da un testimone, senza pretendere di spiegarla. Nel dialogo, l'episodio serve piuttosto a sostenere l'idea che anche i demoni fossero mortali.
Da Giuliano a Teodosio
Nel IV secolo l'imperatore Giuliano tentò di restaurare i culti tradizionali. Fonti di età bizantina, la cui attendibilità è discussa, attribuiscono al suo medico Oribasio un ultimo responso della Pizia, che annunciava la caduta della splendida dimora e il silenzio della fonte. Molti studiosi considerano questo testo una composizione più tarda, ma la sua malinconia ha contribuito alla sua fama.
La fine giunse con le leggi di Teodosio I, che tra il 391 e il 392 vietarono i sacrifici e la frequentazione dei templi. I santuari oracolari, privati del loro culto, furono abbandonati o trasformati. Il silenzio degli oracoli, che Plutarco aveva osservato con curiosità di filosofo, divenne così definitivo.