Olimpia prima dei Giochi: l'oracolo di Zeus e gli indovini Iamidi

L'oracolo di Zeus a Olimpia: l'altare di cenere, la divinazione tramite le vittime, gli indovini Iamidi e Clitiadi e Tisameno, il veggente di Platea.

Olimpia è ricordata soprattutto per i Giochi, ma per gli antichi era anche un luogo di profezia. Strabone osserva che la gloria del santuario era nata dall'oracolo di Zeus Olimpio e che, quando questo perse importanza, la fama del luogo rimase grazie alle feste e al tempio. A Olimpia non c'erano Pizie né querce parlanti: il dio si manifestava attraverso il fuoco dei sacrifici, letto da famiglie ereditarie di indovini.

L'altare di cenere

Il centro del culto era il grande altare di Zeus, che Pausania descrive con cura. Non era costruito in pietra, ma formato dalla cenere delle cosce delle vittime bruciate in onore del dio, accumulata nei secoli fino a raggiungere un'altezza considerevole. Ogni anno, secondo Pausania, la cenere del pritaneo veniva impastata con l'acqua dell'Alfeo e spalmata sull'altare, che cresceva così lentamente.

Su questo altare si praticava la divinazione per mezzo delle vittime. Gli indovini osservavano il modo in cui le carni bruciavano, la fiamma e altri segni, traendone indicazioni sul favore di Zeus. Erodoto, parlando del santuario tebano di Apollo Ismenio, precisa che lì si consultava il dio attraverso le vittime come a Olimpia, segno che il metodo olimpico era noto e riconoscibile.

Le stirpi degli indovini

La profezia era affidata a due famiglie: gli Iamidi e i Clitiadi. Gli Iamidi si dicevano discendenti di Iamo, figlio di Apollo e di Evadne. Pindaro, nella sesta Olimpica, racconta che la madre lo partorì in segreto e lo abbandonò tra le viole, dove due serpenti lo nutrirono di miele. Divenuto adulto, Iamo scese nell'Alfeo e invocò il padre, che gli concesse il dono profetico e lo condusse a Olimpia.

La stessa ode è dedicata ad Agesia di Siracusa, vincitore nella corsa con il carro di mule e membro della stirpe degli Iamidi, segno che la famiglia si era diffusa ben oltre l'Elide. Gli indovini olimpici, infatti, non restavano chiusi nel santuario: venivano ingaggiati da città e generali per accompagnare le spedizioni militari e interpretare i sacrifici prima delle battaglie.

Tisameno e la vittoria di Platea

Il più celebre degli Iamidi fu Tisameno di Elide. Erodoto racconta che, dopo aver ricevuto a Delfi un responso secondo cui avrebbe vinto cinque grandi contese, egli si dedicò all'atletica, credendo che l'oracolo parlasse di gare. Gli Spartani compresero invece che si trattava di guerre e lo vollero con sé. Tisameno pretese in cambio la cittadinanza spartana, privilegio rarissimo, e alla fine l'ottenne anche per il fratello.

Fu lui a interpretare i sacrifici per i Greci nella battaglia di Platea, nel 479 a.C., che pose fine all'invasione persiana. Secondo Erodoto le sue cinque vittorie furono Platea e altre quattro battaglie combattute da Sparta. La vicenda mostra quanto la parola di un indovino potesse pesare nelle decisioni militari.

L'oracolo olimpico rivela un volto della divinazione greca diverso da quello delfico: non estasi né versi ispirati, ma l'osservazione attenta di un rito, affidata a esperti che trasmettevano il loro sapere di padre in figlio. Accanto agli atleti e ai giudici dei Giochi, gli Iamidi furono per secoli i custodi di questa tradizione.