Apis, il toro sacro di Menfi e i suoi presagi

Il toro Apis di Menfi tra culto e divinazione: i segni descritti da Erodoto, il Serapeo di Saqqara, i presagi narrati da Plinio e il caso di Germanico.

Tra le divinità egiziane che più colpirono i viaggiatori greci e romani, nessuna era così concreta come Apis. Non si trattava di una statua, ma di un toro vivo, scelto con cura, ospitato in un recinto a Menfi e venerato come manifestazione del dio Ptah. Il suo comportamento era osservato con attenzione e interpretato come un presagio, tanto che Apis divenne per gli stranieri uno degli oracoli più singolari dell'Egitto.

I segni del toro divino

Erodoto, nel terzo libro delle Storie, descrive i segni che permettevano di riconoscere il nuovo Apis. Il vitello doveva essere nero, con una macchia bianca quadrata sulla fronte, la figura di un'aquila sul dorso, peli doppi sulla coda e un segno a forma di scarabeo sotto la lingua. Secondo lo storico, gli Egiziani credevano che fosse concepito da un raggio di luce sceso dal cielo sulla madre.

Alla morte del toro, il lutto coinvolgeva tutto il paese finché non si trovava un successore. Gli animali defunti venivano mummificati e sepolti con grande solennità nella necropoli di Saqqara. Nel 1850 l'archeologo francese Auguste Mariette scoprì il Serapeo, una serie di gallerie sotterranee con enormi sarcofagi di pietra, insieme a numerose stele dedicate dai fedeli.

Cambise e la ferita di Apis

Erodoto racconta un episodio drammatico: Cambise, re persiano conquistatore dell'Egitto, avrebbe colpito Apis con un pugnale alla coscia, deridendo gli Egiziani che adoravano un animale. Il toro sarebbe morto della ferita, e la successiva follia del re fu interpretata come una punizione divina. Lo stesso Cambise, secondo Erodoto, morì in seguito a una ferita alla coscia, nello stesso punto in cui aveva colpito il dio.

I documenti egiziani rendono però dubbia questa versione. Un'iscrizione del Serapeo ricorda la sepoltura onorevole di un Apis morto proprio durante il regno di Cambise, segno che il sovrano rispettò almeno formalmente il culto. Molti storici ritengono quindi che il racconto erodoteo rifletta l'ostilità della tradizione egiziana posteriore verso il conquistatore.

Presagi nel cibo e nel recinto

Plinio il Vecchio, nella Storia naturale, descrive i modi in cui Apis forniva presagi. Il toro disponeva di due ambienti, e il suo ingresso nell'uno o nell'altro era considerato di buono o di cattivo auspicio. Dava inoltre responsi privati prendendo il cibo dalla mano di chi lo consultava. Plinio ricorda che Apis rifiutò il cibo offerto da Germanico, il quale morì non molto tempo dopo.

Lo stesso autore riferisce che gruppi di fanciulli seguivano il toro cantando, e che alcuni di loro, come presi da un'ispirazione improvvisa, annunciavano eventi futuri. Strabone, che visitò Menfi in età augustea, conferma che Apis veniva mostrato ai visitatori in un cortile accanto al suo recinto, e che accanto a lui si trovava anche la stalla della madre.

Il culto di Apis sopravvisse a lungo, intrecciandosi in età tolemaica con quello di Serapide, divinità nata dalla fusione di Osiride e Apis. Per i Greci e i Romani, il toro di Menfi rappresentò l'esempio più evidente di una divinazione legata non a parole ispirate, ma all'osservazione di un essere vivente considerato divino.