Le dieci Sibille di Varrone, profetesse del mondo antico
Chi erano le Sibille? Il frammento di Eraclito, l'elenco delle dieci Sibille di Varrone, Erofile di Eritre, gli Oracoli sibillini e la Cappella Sistina.
Il nome Sibilla non indicava in origine una persona sola. Gli autori antichi parlano di diverse profetesse ispirate, vissute in luoghi e tempi lontani, che pronunciavano oracoli senza essere legate a un santuario preciso come la Pizia. Con il tempo le Sibille si moltiplicarono, e la loro figura passò dal mondo greco a quello romano e poi a quello cristiano, fino a entrare negli affreschi rinascimentali.
La voce più antica
La testimonianza più antica sulla Sibilla è un frammento del filosofo Eraclito di Efeso, vissuto tra il VI e il V secolo a.C., conservato da Plutarco. Vi si dice che la Sibilla, con bocca invasata, pronuncia parole senza sorriso, senza ornamenti e senza profumi, e che la sua voce attraversa mille anni grazie al dio. È già il ritratto di una profetessa austera e solitaria, la cui parola sopravvive a lungo.
Nel IV secolo a.C. Platone ricorda la Sibilla accanto alla Pizia e alle sacerdotesse di Dodona come esempio di profezia ispirata, una delle forme di follia divina descritte nel Fedro. Da allora la figura entrò stabilmente nella cultura greca, e diverse città rivendicarono di aver dato i natali a una Sibilla.
L'elenco di Varrone
L'erudito romano Marco Terenzio Varrone, nel I secolo a.C., compilò un elenco di dieci Sibille che conosciamo grazie a Lattanzio, scrittore cristiano del IV secolo. Erano la Persica, la Libica, la Delfica, la Cimmeria, l'Eritrea, la Samia, la Cumana, l'Ellespontica, la Frigia e la Tiburtina. Ognuna era associata a un luogo e talvolta a un nome proprio, come Albunea per quella di Tivoli.
Tra queste, la Sibilla di Eritre, in Ionia, godeva di particolare prestigio. Pausania la chiama Erofile e racconta che a Delfi si mostrava la roccia sulla quale ella avrebbe cantato i suoi oracoli. Secondo una tradizione, avrebbe predetto la guerra di Troia. Proprio da Eritre, dopo l'incendio del Campidoglio dell'83 a.C., i Romani raccolsero versi sibillini per ricostituire i loro libri profetici.
Le Sibille cristiane
Tra il II secolo a.C. e la tarda antichità, autori ebrei e poi cristiani composero in esametri greci una raccolta di testi attribuiti alla Sibilla, gli Oracoli sibillini, ricchi di profezie sulla storia del mondo e sul giudizio finale. Agostino, nella Città di Dio, cita un acrostico attribuito alla Sibilla Eritrea, in cui le iniziali dei versi formano le parole greche che indicano Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore.
Grazie a questi testi la Sibilla fu accolta come profetessa pagana di Cristo. La sequenza medievale del Dies irae la nomina accanto al re Davide come testimone del giorno del giudizio. Nel Rinascimento Michelangelo dipinse sulla volta della Cappella Sistina cinque Sibille, la Delfica, l'Eritrea, la Cumana, la Persica e la Libica, alternate ai profeti dell'Antico Testamento.
La storia delle Sibille mostra la straordinaria vitalità di una figura nata ai margini della religione greca. Da voce solitaria descritta da Eraclito, la Sibilla divenne custode dei destini di Roma e poi annunciatrice della fede cristiana, conservando sempre il fascino della profezia che giunge da lontano e che nessun santuario riuscì mai a rinchiudere.