Le porte d'avorio e di corno: i sogni veri e falsi in Omero e Virgilio
Le due porte dei sogni nell'Odissea e nell'Eneide: il gioco di parole greco tra avorio e inganno, corno e compimento, e l'enigma dell'uscita di Enea.
Una delle immagini più suggestive che l'antichità ci ha lasciato sul sogno è quella delle due porte da cui escono le visioni notturne: una di corno, per i sogni veri, e una d'avorio, per quelli ingannevoli. Nata nell'Odissea di Omero, l'immagine fu ripresa da Virgilio nel sesto libro dell'Eneide e attraversò poi tutta la letteratura europea, da Macrobio ai poeti del Rinascimento. Dietro la sua apparente semplicità si nasconde un enigma che ancora divide i commentatori.
Il sogno di Penelope
Nel diciannovesimo libro dell'Odissea Penelope, che non ha ancora riconosciuto lo sposo travestito da mendicante, gli racconta un sogno. Nel palazzo nutriva venti oche, e un'aquila scesa dal monte le uccideva tutte; poi l'aquila parlava con voce umana e diceva di essere Odisseo, tornato per punire i pretendenti. Il significato sembra chiaro, e il finto mendicante lo conferma.
Penelope però resta prudente e spiega che i sogni sono difficili da interpretare e non tutti si avverano. Vi sono infatti due porte dei sogni: quelli che passano per l'avorio ingannano, portando parole che non si compiono, mentre quelli che escono dal corno levigato si realizzano per chi li vede. Subito dopo la regina annuncia la gara con l'arco, che porterà alla strage dei pretendenti.
Un gioco di parole intraducibile
Già i commentatori antichi notarono che l'immagine si regge su due giochi di parole in greco. La parola per avorio, elephas, ricorda il verbo elephairomai, «ingannare», mentre quella per corno, keras, richiama il verbo krainō, «compiere, realizzare». Nella lingua di Omero le porte stesse dicevano dunque la natura dei sogni che le attraversavano.
Altri interpreti antichi proposero spiegazioni simboliche: il corno, sottile e trasparente quando è lavorato, lascerebbe vedere la verità, mentre l'avorio, opaco, la nasconderebbe. Macrobio, nel suo commento al Sogno di Scipione, riferisce interpretazioni di questo tipo, collegando il corno agli occhi e l'avorio ai denti, cioè alla vista e alla parola. Si tratta di letture tarde, ma mostrano quanto l'immagine stimolasse la fantasia dei dotti.
L'uscita di Enea
Virgilio riprende l'immagine alla fine del sesto libro dell'Eneide, dopo il viaggio di Enea nell'oltretomba. «Sunt geminae Somni portae», scrive: sono due le porte del Sonno. Per quella di corno escono facilmente le ombre vere, per quella d'avorio i Mani mandano al cielo i sogni falsi. Poi, sorprendentemente, Anchise congeda il figlio e la Sibilla proprio dalla porta d'avorio.
Perché Virgilio fa uscire il suo eroe dalla porta dei sogni ingannevoli, dopo avergli mostrato il futuro glorioso di Roma? Le risposte proposte sono molte: un riferimento all'ora della notte, dato che i sogni falsi sarebbero quelli che vengono prima della mezzanotte; un dubbio epicureo sulla realtà dell'aldilà; l'idea che Enea, non essendo un'ombra, non potesse usare la porta riservata alle anime. Nessuna ipotesi ha messo d'accordo tutti.
L'immagine delle due porte continuò a vivere nei secoli. La ripresero autori medievali e moderni, e ancora oggi, nella lingua colta, parlare di sogni «d'avorio» significa indicare illusioni dolci e destinate a svanire, mentre la porta di corno resta il simbolo, fragile ma tenace, della speranza che almeno alcuni sogni dicano il vero.