Didima, il tempio incompiuto di Apollo e la stirpe dei Branchidi

L'oracolo di Apollo a Didima presso Mileto: i Branchidi, i doni di Creso, la distruzione persiana, la rinascita con Alessandro e il gigantesco tempio.

A una ventina di chilometri a sud di Mileto, sulla costa dell'odierna Turchia, si ergono ancora le colonne di uno dei templi più grandi del mondo greco. Era il santuario di Apollo Didimeo, sede di un oracolo che per secoli rivaleggiò con Delfi e con Claros. La sua storia, segnata da distruzioni e rinascite, attraversa l'intera antichità, dall'età arcaica fino alla vigilia della cristianizzazione dell'impero.

I Branchidi e i doni dei re

In età arcaica l'oracolo era amministrato da una stirpe sacerdotale, i Branchidi, che si dicevano discendenti di Branco, un giovane amato da Apollo e da lui dotato del dono della profezia. Per questo i Greci chiamavano spesso il santuario stesso «dei Branchidi». Una Via Sacra lo collegava a Mileto, fiancheggiata da statue di personaggi seduti, alcune delle quali sono oggi conservate al British Museum.

Erodoto ricorda che il re lidio Creso vi dedicò offerte pari per peso e valore a quelle inviate a Delfi, e che il faraone Neco, dopo una vittoria, consacrò ad Apollo dei Branchidi la veste che aveva indossato in battaglia. La fama dell'oracolo superava dunque già nel VI secolo a.C. i confini del mondo greco.

La distruzione persiana

La prosperità finì con la rivolta ionica. Nel 494 a.C., dopo la caduta di Mileto, i Persiani saccheggiarono e incendiarono il santuario, come narra Erodoto. Secondo tradizioni successive, la statua bronzea di Apollo, opera dello scultore Canaco di Sicione, fu portata in Persia, a Ecbatana, e restituita quasi due secoli più tardi da Seleuco I.

Più incerto è il destino dei Branchidi. Alcune fonti affermano che avessero consegnato i tesori del tempio a Serse e che, per sfuggire alla vendetta dei Greci, fossero stati trasferiti nella lontana Sogdiana. Curzio Rufo racconta che Alessandro, trovati i loro discendenti, li avrebbe sterminati come traditori. L'episodio è riferito da poche fonti e molti storici lo considerano dubbio.

La rinascita con Alessandro

Per oltre un secolo e mezzo l'oracolo tacque. Secondo Callistene, storico al seguito di Alessandro, citato da Strabone, quando il re macedone giunse in Asia Minore la fonte sacra, rimasta secca, riprese a scorrere e il dio tornò a parlare, proclamando la nascita divina del sovrano. Mileto riorganizzò allora il culto, affidando l'oracolo non più a una famiglia, ma a un profeta eletto annualmente.

Verso il 300 a.C. si avviò la costruzione di un nuovo tempio colossale, che Vitruvio attribuisce agli architetti Peonio di Efeso e Dafni di Mileto. L'edificio, circondato da una doppia fila di colonne alte quasi venti metri, non fu mai completato. Il suo cortile interno era a cielo aperto e custodiva un piccolo tempietto con la statua del dio, accanto alla fonte e agli allori sacri.

Didima continuò a essere consultata in età romana. Secondo Lattanzio, l'imperatore Diocleziano interrogò Apollo milesio prima di avviare la persecuzione contro i cristiani del 303 d.C. Pochi decenni più tardi l'oracolo si spense definitivamente, ma le sue colonne, rimaste in piedi per secoli, testimoniano ancora l'ambizione di un santuario che non conobbe mai la sua forma finale.