Dodona, la quercia parlante di Zeus nell'Epiro
Dodona, l'oracolo più antico secondo Erodoto: la quercia di Zeus, i Selli di Omero, le colombe, le sacerdotesse e le domande incise su lamine di piombo.
Tra le montagne dell'Epiro, in una valle ai piedi del monte Tomaro, sorgeva il santuario che Erodoto considerava il più antico oracolo della Grecia. A Dodona non parlava una profetessa seduta su un tripode, ma un albero: una quercia sacra a Zeus, le cui fronde e il cui fruscio erano interpretati come segni della volontà divina. Accanto a Zeus era venerata Dione, considerata in questo luogo la sua compagna.
La quercia nei poemi omerici
Dodona compare già nell'Iliade. Nel sedicesimo libro Achille, prima di mandare Patroclo in battaglia, invoca Zeus «dodoneo, pelasgico», signore di Dodona dal rigido inverno, e ricorda i suoi interpreti, i Selli, che dormono per terra e hanno i piedi non lavati. Questi tratti di austerità, quasi primitivi, colpirono già i commentatori antichi, che vi lessero il segno di un culto molto arcaico.
Nell'Odissea, invece, Odisseo racconta in una delle sue storie inventate di essersi recato a Dodona per ascoltare il volere di Zeus dalla quercia dall'alta chioma. Il poeta dà per scontato che il pubblico conosca l'albero oracolare e la sua fama, segno che già allora il santuario era noto ben oltre l'Epiro.
Le colombe e le sacerdotesse
Ai tempi di Erodoto il servizio oracolare era affidato a donne. Lo storico riferisce di aver parlato con tre sacerdotesse di Dodona, Promeneia, Timarete e Nicandra, che gli narrarono un'origine leggendaria del santuario: due colombe nere partite da Tebe d'Egitto erano volate una in Libia e l'altra a Dodona, dove, posatasi su una quercia, aveva ordinato con voce umana di fondare in quel luogo un oracolo di Zeus.
Erodoto, con il suo consueto spirito critico, riporta anche la versione dei sacerdoti egiziani, secondo cui due donne del tempio erano state rapite dai Fenici e vendute in Libia e in Grecia. Le colombe sarebbero state un modo di raccontare donne straniere dalla lingua incomprensibile. Non a caso, le sacerdotesse di Dodona erano chiamate peleiades, cioè «colombe».
Le domande incise sul piombo
La testimonianza più viva dell'oracolo viene dagli scavi. A Dodona sono state rinvenute migliaia di piccole lamine di piombo su cui i fedeli incidevano le loro domande, spesso con grafia incerta e nei dialetti più diversi. Si chiede se convenga sposarsi, se un figlio sia davvero proprio, se valga la pena di intraprendere un viaggio per mare o di cambiare mestiere. Alcune lamine riportano invece domande poste da intere comunità.
Queste tavolette mostrano un oracolo frequentato soprattutto da persone comuni, interessate alla vita quotidiana più che alla grande politica. Delle risposte, probabilmente brevi e date a voce, ci è giunto molto poco: solo in rari casi la lamina conserva anche un cenno al responso. Proprio la banalità delle domande rende queste testimonianze preziose per lo storico, che vi ritrova paure e speranze altrimenti ignote.
I bronzi di Dodona e la fine del santuario
Famosi erano anche i vasi di bronzo che risuonavano a lungo quando venivano percossi. Un dono dei Corciresi raffigurava un fanciullo che con una frusta colpiva un recipiente bronzeo, e il «bronzo di Dodona» divenne proverbiale per indicare le persone che non smettono mai di parlare. Al tempo di Pirro, re dell'Epiro, il santuario fu ampliato con un teatro monumentale. Gli Etoli lo saccheggiarono nel 219 a.C. e i Romani lo devastarono nel 167 a.C.
Dodona sopravvisse ancora per secoli, ma senza l'antico splendore. Oggi il teatro restaurato e le fondazioni dei templi permettono di immaginare il recinto della quercia, mentre le lamine di piombo, conservate in gran parte nel Museo archeologico di Giannina, restituiscono la voce di chi, più di due millenni fa, affidava a un albero le proprie inquietudini.