Gioacchino da Fiore, l'abate calabrese e l'età dello Spirito

Gioacchino da Fiore, abate calabrese del XII secolo: la dottrina delle tre età, le opere principali, l'incontro con Riccardo Cuor di Leone e l'eredità.

«Il calavrese abate Giovacchino, di spirito profetico dotato»: così Dante, nel dodicesimo canto del Paradiso, colloca Gioacchino da Fiore tra gli spiriti sapienti, presentati da san Bonaventura. Il verso è il segno della fama straordinaria raggiunta da un monaco nato in Calabria intorno al 1135, che non si considerò mai un profeta in senso stretto, ma un interprete delle Scritture capace di leggervi il disegno nascosto della storia.

Dai Cistercensi alla fondazione di Fiore

Nato a Celico, nei pressi di Cosenza, Gioacchino compì da giovane un pellegrinaggio in Terrasanta, esperienza che le fonti biografiche presentano come decisiva per la sua conversione. Entrò poi nella vita monastica e divenne abate del monastero di Corazzo, che aderì all'ordine cistercense. Le sue doti di esegeta attirarono l'attenzione di diversi papi, che lo incoraggiarono a mettere per iscritto le sue interpretazioni.

Insoddisfatto della vita di Corazzo, si ritirò con alcuni compagni sull'altopiano della Sila, dove intorno al 1189 fondò il monastero di San Giovanni in Fiore, origine dell'ordine florense, approvato da papa Celestino III nel 1196. Morì nel 1202, lasciando una comunità in espansione e un corpus di scritti destinato a una lunga e controversa fortuna.

Le tre età della storia

Il cuore del pensiero gioachimita è una lettura trinitaria della storia. Nella Concordia tra il Nuovo e l'Antico Testamento, Gioacchino individua tre stati: quello del Padre, tempo della legge e dei coniugati; quello del Figlio, tempo della grazia e dei chierici; e un terzo stato, dello Spirito Santo, in cui l'intelligenza spirituale delle Scritture si sarebbe pienamente dispiegata in una Chiesa contemplativa, guidata da uomini spirituali di tipo monastico.

Accanto alla Concordia, le opere maggiori sono l'Esposizione sull'Apocalisse e il Salterio a dieci corde. Al suo ambiente è legato anche il Liber figurarum, una raccolta di straordinari diagrammi che traducono in immagini, alberi, cerchi intrecciati e figure geometriche, la struttura del tempo sacro. Gioacchino non fissò date certe per l'avvento della terza età, ma i suoi calcoli per generazioni furono letti da altri come orientati verso la metà del XIII secolo.

Re, condanne e seguaci

Secondo il cronista inglese Ruggero di Hoveden, nell'inverno tra il 1190 e il 1191 Riccardo Cuor di Leone, in sosta a Messina prima di salpare per la crociata, volle incontrare l'abate e lo interrogò sull'Anticristo e sull'esito della spedizione. L'episodio testimonia quanto la reputazione di Gioacchino avesse ormai varcato i confini del Mezzogiorno d'Italia.

Dopo la sua morte, il concilio Lateranense IV del 1215 condannò un suo trattato sulla Trinità, scritto contro Pietro Lombardo, pur senza colpire la sua persona. Più grave fu il caso del francescano Gerardo di Borgo San Donnino, che nel 1254 presentò gli scritti di Gioacchino come un nuovo Vangelo eterno: l'opera fu condannata nel 1255. Le idee gioachimite alimentarono a lungo le correnti spirituali francescane e numerosi testi profetici apocrifi.

La figura di Gioacchino resta così sospesa tra l'ortodossia monastica e la lunga scia di movimenti che si richiamarono a lui. Nel suo nome furono composte profezie sui papi e sugli imperatori che egli non scrisse mai. A San Giovanni in Fiore l'abbazia florense conserva ancora la memoria del fondatore, e il suo pensiero continua a essere studiato come una delle più originali filosofie della storia del Medioevo.