La profezia dei papi attribuita a Malachia: storia di un falso
La cosiddetta profezia di san Malachia: i motti sui pontefici pubblicati nel 1595 da Arnold Wion, l'indizio del conclave del 1590 e le confutazioni.
Ogni volta che si apre un conclave torna a circolare la cosiddetta profezia di san Malachia, una serie di brevi motti latini che dovrebbe descrivere, uno dopo l'altro, i pontefici dal XII secolo fino alla fine dei tempi. La sua fama è grande, ma la storia del testo è ormai ben conosciuta: si tratta quasi certamente di un'opera composta alla fine del Cinquecento e attribuita a un santo irlandese vissuto oltre quattro secoli prima.
Il santo e il suo biografo
Malachia, in irlandese Máel Máedóc Ua Morgair, nacque intorno al 1094 e fu arcivescovo di Armagh, protagonista della riforma della Chiesa irlandese secondo il modello romano. Nel 1148, durante un viaggio verso Roma, morì a Clairvaux, assistito dall'amico Bernardo di Chiaravalle. Bernardo ne scrisse poco dopo una Vita, ricca di miracoli e di episodi profetici, che contribuì alla sua rapida canonizzazione.
Proprio questo è il primo indizio contro l'autenticità. Nella Vita scritta da Bernardo, che pure insiste sul dono della profezia del santo, non c'è alcun cenno a un elenco di papi. Nessun autore medievale lo menziona, e per oltre quattrocento anni il testo non lascia traccia in biblioteche, cronache o cataloghi di manoscritti.
La pubblicazione del 1595
La profezia compare per la prima volta nel 1595, a Venezia, nel Lignum vitae del benedettino Arnold Wion, una storia degli uomini illustri dell'ordine di san Benedetto. Wion dichiara di riportarla perché non gli risultava ancora stampata. L'elenco comprende 111 motti, da Celestino II, eletto nel 1143, in avanti, seguiti da un passo finale su un «Pietro Romano» che pascerà il gregge fra molte tribolazioni.
Ai motti latini Wion affiancò un commento, attribuito al domenicano Alfonso Chacón, che collegava ciascuna frase a un papa. Le corrispondenze con i papi fino al 1590 sono sorprendentemente precise, spesso fondate su stemmi, nomi di famiglia o luoghi d'origine. Dopo quella data, invece, i motti diventano generici e possono essere riferiti ai pontefici solo con interpretazioni più o meno forzate.
Il conclave del 1590 e le confutazioni
Questo brusco cambiamento ha suggerito un'ipotesi già nel Seicento. Il gesuita francese Claude-François Menestrier, che dedicò al tema una confutazione alla fine del secolo, ritenne che il testo fosse stato composto in occasione del conclave del 1590 per favorire il cardinale Girolamo Simoncelli, originario di Orvieto: il motto corrispondente, «ex antiquitate urbis», si adatterebbe infatti al nome latino della città, Urbs vetus.
Simoncelli non fu eletto, e il motto venne poi riferito a Gregorio XIV. Al di là di questa ipotesi, largamente condivisa nelle linee generali, gli storici rilevano che i motti sui papi più antichi riproducono gli errori delle cronologie pontificie disponibili nel Cinquecento, come quella di Onofrio Panvinio, invece di riflettere una conoscenza diretta del XII secolo.
La profezia dei papi è dunque un documento interessante non per ciò che annuncia, ma per ciò che rivela sulla cultura romana del tardo Cinquecento, in cui elenchi profetici, emblemi araldici e calcoli politici si intrecciavano. Il suo successo duraturo mostra quanto la forma breve ed enigmatica del motto latino si presti a essere riempita di significati sempre nuovi.