Ibn Sirin e il ta'bir: la scienza araba dell'interpretazione dei sogni

Ibn Sirin di Bassora, maestro leggendario del ta'bir, e i grandi manuali arabi dei sogni: la traduzione di Artemidoro, al-Dinawari e al-Nabulusi.

Ta'bir: così il mondo islamico chiamò l'interpretazione dei sogni, che vi divenne una vera disciplina. Il termine evoca l'idea di «attraversare», di passare dall'immagine al suo significato. Per secoli i dotti musulmani composero manuali vastissimi, alcuni dei quali raccolgono migliaia di voci. Al centro di questa tradizione sta una figura semi-leggendaria, il cui nome è ancora oggi sinonimo di interprete dei sogni in gran parte del mondo arabo, turco e persiano: Muhammad ibn Sirin.

Un dotto di Bassora

Ibn Sirin visse a Bassora, nell'attuale Iraq, e morì nel 728, secondo il calendario islamico nell'anno 110 dell'egira. Apparteneva alla generazione dei «successori», cioè di coloro che avevano conosciuto i compagni del Profeta, ed era stimato come trasmettitore di hadith, giurista e uomo di grande pietà. Le fonti ricordano anche il suo lavoro di mercante di stoffe.

La sua fama di interprete di sogni è antica e documentata da numerosi aneddoti, in cui risponde con brevi e acute spiegazioni ai sogni che gli venivano raccontati. Tuttavia i libri che circolano sotto il suo nome, come il celebre grande commento ai sogni, sono considerati dagli studiosi compilazioni più tarde, che gli furono attribuite per dare loro autorità. Non è certo che egli abbia scritto un trattato.

Artemidoro in arabo La pubblicazione si deve all'orientalista Toufic Fahd, nel 1964.

Un passaggio fondamentale avvenne nel IX secolo, quando a Baghdad, nell'epoca d'oro delle traduzioni dal greco, Hunayn ibn Ishaq tradusse in arabo l'Oneirocritica di Artemidoro. Il traduttore adattò il testo alla nuova cultura, sostituendo talvolta i riferimenti agli dèi greci con espressioni monoteistiche. Un manoscritto di questa versione fu ritrovato e pubblicato nel Novecento.

Grazie a questa traduzione molti principi di Artemidoro, come l'attenzione alla condizione del sognatore e l'uso delle analogie verbali, entrarono nella tradizione araba, mescolandosi con i riferimenti al Corano e agli hadith. Da qui alcuni materiali passarono poi a Bisanzio, nel trattato attribuito ad Achmet, e infine all'Occidente latino. Ne nacque una sintesi originale, che non era più né soltanto greca né soltanto araba.

I grandi manuali

Tra le opere più importanti spicca il trattato di al-Dinawari, composto all'inizio dell'XI secolo e dedicato al califfo abbaside al-Qadir. L'autore raccoglie e ordina in modo sistematico le interpretazioni dei predecessori, distinguendo i sogni per categorie: Dio e gli angeli, i profeti, il corpo, gli animali, le piante, i fenomeni naturali, i mestieri.

Molto più tardi, tra il Seicento e il Settecento, il mistico e dotto damasceno Abd al-Ghani al-Nabulusi compose un ampio dizionario dei sogni in ordine alfabetico, che ebbe una diffusione enorme e viene ristampato ancora oggi. In questi manuali, come già in Artemidoro, il significato di un'immagine cambia secondo la persona: lo stesso sogno è letto diversamente per un sovrano, un mercante o un povero.

La tradizione del ta'bir mostra come l'interpretazione dei sogni abbia saputo attraversare lingue e religioni, passando dalla Grecia pagana alla Baghdad abbaside e poi a Costantinopoli e all'Europa, e come ogni cultura abbia trasformato un'eredità comune secondo i propri valori e le proprie domande. Il nome di Ibn Sirin, stampato ancora oggi su innumerevoli edizioni popolari, è il segno più evidente di questa lunga continuità.