Macrobio e il Commento al Sogno di Scipione: le cinque specie di sogni
Il Commento di Macrobio al Sogno di Scipione di Cicerone e la sua classificazione dei sogni, che dominò il pensiero medievale da Chaucer al Roman de la Rose.
Per tutto il Medioevo latino, quando un autore voleva spiegare che cosa fosse un sogno, citava quasi sempre lo stesso libro: il Commento al Sogno di Scipione di Macrobio. Quest'opera tardoantica, scritta nei primi decenni del V secolo dopo Cristo, trasmise all'Occidente una classificazione dei sogni chiara e facile da ricordare, insieme a un patrimonio di dottrine platoniche sull'anima, sui numeri e sull'armonia del cosmo che altrimenti sarebbero andate in gran parte perdute.
Il sogno raccontato da Cicerone
Il testo commentato da Macrobio è la parte conclusiva del sesto libro del De re publica di Cicerone, composto verso il 51 avanti Cristo. Vi si narra che Scipione Emiliano, giovane ufficiale in Africa nel 149 avanti Cristo, ospite del re numida Massinissa, sognò il nonno adottivo Scipione l'Africano, vincitore di Annibale. Questi lo conduceva in alto, tra le stelle, e gli mostrava la piccolezza della Terra e il destino delle anime dei giusti.
Il De re publica è andato perduto quasi del tutto e solo nel XIX secolo se ne sono recuperate ampie parti in un palinsesto vaticano. Il Sogno di Scipione, invece, si è conservato proprio perché Macrobio lo copiò e lo commentò, facendone il punto di partenza per una vasta riflessione filosofica. La scoperta si deve al cardinale Angelo Mai, nel 1819.
Cinque specie di sogni
Prima di commentare il testo, Macrobio spiega che non tutti i sogni hanno lo stesso valore e ne distingue cinque specie. Il somnium è il sogno enigmatico, che nasconde la verità sotto figure da interpretare. La visio è la visione profetica, che si avvera così come è stata vista. L'oraculum è il sogno in cui un genitore, un sacerdote o una divinità annuncia chiaramente ciò che accadrà o ciò che bisogna fare.
Vi sono poi due specie prive di valore. L'insomnium nasce dalle preoccupazioni del giorno, dalla fame, dall'amore o dalla paura, e svanisce con il risveglio. Il visum, che i Greci chiamavano phantasma, si presenta nel dormiveglia, quando si crede di essere ancora svegli e si vedono figure strane muoversi intorno; vi rientra anche l'incubo che opprime il dormiente, detto ephialtes. La classificazione riprende probabilmente fonti greche più antiche, vicine a quelle usate da Artemidoro.
Il Sogno di Scipione, conclude Macrobio, appartiene a tutte e tre le specie veritiere: è un oraculum, perché parla un antenato venerabile; è una visio, perché mostra luoghi reali del cosmo; è un somnium, perché contiene verità profonde che richiedono interpretazione. Questa triplice appartenenza giustifica, ai suoi occhi, un commento lungo e minuzioso, che dal sogno passa alla natura dell'anima, ai numeri e alla musica delle sfere.
Una fortuna medievale
Il Commento fu copiato in centinaia di manoscritti e letto nelle scuole come manuale di filosofia naturale e di astronomia. Il Roman de la Rose, il grande poema francese del XIII secolo, si apre proprio richiamando l'autorità di Macrobio per sostenere che i sogni possono annunciare il vero, e su quel sogno costruisce l'intera allegoria amorosa.
In Inghilterra Geoffrey Chaucer cita più volte Macrobio, nel Parlamento degli uccelli e nel Racconto del prete della monaca, dove un gallo e una gallina discutono con dottrina sul valore dei sogni. Attraverso queste opere la classificazione di Macrobio divenne parte della cultura comune, e per secoli fornì il vocabolario con cui l'Europa parlò dei propri sogni.