Sinesio di Cirene e il trattato Sui sogni: l'immaginazione come specchio

Sinesio di Cirene, allievo di Ipazia e vescovo di Tolemaide, scrisse un trattato Sui sogni sull'immaginazione e la divinazione onirica, tradotto da Ficino.

Un aristocratico della Cirenaica, filosofo neoplatonico e poi vescovo cristiano, scrisse tra la fine del IV e l'inizio del V secolo dopo Cristo uno dei testi più originali dell'antichità sul sogno. Sinesio di Cirene non compilò un repertorio di immagini come Artemidoro, né una classificazione come Macrobio, ma una riflessione filosofica sul perché i sogni possano rivelare qualcosa e su quale facoltà dell'anima li produca. Il suo trattato, breve e denso, ebbe una seconda vita nel Rinascimento.

Un allievo di Ipazia

Sinesio nacque a Cirene, nell'attuale Libia, intorno al 370. Studiò ad Alessandria d'Egitto con la filosofa e matematica Ipazia, alla quale rimase legato da profonda ammirazione, come mostrano le lettere che le indirizzò. Fu inviato come ambasciatore a Costantinopoli presso l'imperatore Arcadio e, tornato in patria, partecipò alla difesa della regione dalle incursioni delle tribù del deserto.

Verso il 410, pur essendo sposato e poco incline ad alcuni dogmi, fu eletto vescovo di Tolemaide. Accettò dopo lunghe esitazioni, ponendo condizioni che ci sono note dalle sue lettere. Morì intorno al 413, probabilmente prima della tragica uccisione di Ipazia avvenuta ad Alessandria nel 415. Tra queste, il diritto di conservare la moglie e le proprie convinzioni filosofiche.

Il trattato Sui sogni

Il De insomniis fu scritto verso il 404 o il 405, quando Sinesio era ancora un filosofo laico. In una lettera a Ipazia egli racconta di averlo composto in una sola notte, quasi sotto dettatura divina, e le chiede un giudizio. Al centro dell'opera c'è il pneuma fantastico, lo spirito dell'immaginazione, una sorta di veicolo sottile dell'anima in cui si formano le immagini.

Secondo Sinesio questo spirito funziona come uno specchio: se è puro riflette con chiarezza le realtà superiori e il futuro, se è torbido produce immagini confuse. L'immaginazione non è dunque una facoltà inferiore da disprezzare, ma il luogo in cui l'anima può entrare in contatto con il divino. I sogni diventano così una forma di divinazione naturale, legata alla condizione interiore di chi sogna.

Una divinazione alla portata di tutti

Uno degli argomenti più curiosi del trattato riguarda il carattere democratico del sogno. Gli altri metodi divinatori richiedono strumenti, viaggi, sacerdoti e denaro; il sogno, invece, è accessibile a ricchi e poveri, a schiavi e padroni, e nessun tiranno può proibirlo. Sinesio suggerisce anche di annotare i propri sogni accanto ai fatti del giorno, per imparare a riconoscerne il linguaggio personale.

Il trattato sopravvisse nella tradizione bizantina, dove fu commentato da Niceforo Gregora nel XIV secolo. In Occidente fu tradotto in latino da Marsilio Ficino alla fine del Quattrocento e pubblicato da Aldo Manuzio insieme ad altri testi neoplatonici. Gli umanisti vi trovarono una dignità nuova dell'immaginazione, che influenzò la riflessione rinascimentale sulla fantasia, sulla magia naturale e sull'ispirazione poetica.

Sinesio resta così una figura di confine tra paganesimo e cristianesimo, tra filosofia e fede, e il suo piccolo libro sui sogni testimonia la ricchezza di un'epoca in cui le scuole di Alessandria e le Chiese d'Africa dialogavano ancora tra loro. Le sue lettere, i suoi inni e i suoi discorsi completano il ritratto di un intellettuale raffinato, capace di unire la cultura classica alla nuova fede senza rinunciare a nessuna delle due.