La Smorfia napoletana: quando i sogni diventano numeri del lotto

Storia della Smorfia napoletana, il libro che traduce i sogni nei novanta numeri del lotto: origini del nome, Morfeo, la cabala e la Napoli di Matilde Serao.

Napoli ha dato all'interpretazione dei sogni la sua forma forse più singolare: la Smorfia. Il suo scopo non è prevedere il futuro in senso stretto, ma trasformare le immagini notturne in numeri da giocare al lotto. Ogni sogno, ogni oggetto, ogni persona e ogni situazione corrisponde a uno dei novanta numeri del gioco, secondo una tavola tramandata per generazioni e ancora oggi conosciuta in tutta Italia, anche da chi non ha mai giocato una schedina.

Il nome e le origini

L'etimologia più diffusa collega la parola smorfia a Morfeo, il dio dei sogni che Ovidio, nel libro undicesimo delle Metamorfosi, descrive come abile a imitare le sembianze umane. Si tratta però di una spiegazione tradizionale e non dimostrata: alcuni studiosi propongono altre origini, e la questione resta incerta. In napoletano, del resto, la parola indica semplicemente il libro che spiega i sogni.

Più sicura è la storia del gioco. Il lotto nacque a Genova nel Cinquecento dall'abitudine di scommettere sui nomi dei cittadini estratti per le cariche pubbliche, e da lì si diffuse in altri Stati italiani. A Napoli il gioco si affermò tra Sei e Settecento, diventando un'istituzione popolare e una fonte di entrate per lo Stato. Fu in questo contesto che le tradizioni sui sogni si fusero con i numeri.

I novanta numeri

La Smorfia associa a ogni numero da 1 a 90 un significato principale, spesso accompagnato da molti significati secondari. Il numero 1 è l'Italia, il 33 gli anni di Cristo, il 47 il morto, il 48 il morto che parla, il 90 la paura. Esistono tuttavia molte versioni, e i significati possono variare da un libro all'altro o da un quartiere all'altro.

Le associazioni nascono da analogie, da tradizioni religiose, da modi di dire e talvolta dalla forma stessa delle cifre. Il sogno di un defunto, in particolare, era considerato importantissimo: un parente scomparso che appariva in sogno e pronunciava parole o numeri veniva interpretato come un messaggio da tradurre subito in una giocata.

La cabala e gli assistiti

Intorno alla Smorfia si sviluppò un vero mondo di specialisti. I cosiddetti cabalisti del lotto proponevano metodi per combinare i numeri dei sogni, delle date e degli eventi della vita quotidiana, mentre gli «assistiti» erano persone che si diceva ricevessero numeri dagli spiriti. La Chiesa e le autorità guardarono spesso con preoccupazione a queste pratiche, legate alla povertà e alla speranza di una vincita improvvisa.

La scrittrice Matilde Serao, nel romanzo Il paese di Cuccagna pubblicato nel 1891, descrisse con occhio lucido e partecipe la passione dei napoletani per il lotto, dai nobili rovinati ai popolani, e il ruolo dei sogni e dei cabalisti in quella febbre collettiva. Il libro resta una delle testimonianze letterarie più vive su questo fenomeno.

Oggi la Smorfia sopravvive soprattutto come patrimonio culturale. I suoi numeri compaiono nel linguaggio quotidiano, nelle tombolate natalizie, dove ogni numero estratto viene annunciato con il suo significato, e nei modi di dire. È un esempio raro di come un'antichissima pratica divinatoria si sia trasformata in gioco e infine in folklore.