Cuma e la Sibilla: la profetessa dei Campi Flegrei
La Sibilla cumana tra mito e archeologia: Enea nel sesto libro dell'Eneide, la condanna di Ovidio, la beffa di Petronio e l'antro scoperto nel 1932.
Sulla costa dei Campi Flegrei, a nord di Napoli, sorgono le rovine di Cuma, considerata dagli antichi la più antica colonia greca sulla terraferma italiana. Fondata nell'VIII secolo a.C. da coloni provenienti da Calcide, nell'isola di Eubea, la città divenne celebre in tutto il mondo romano per la sua Sibilla, la profetessa ispirata da Apollo a cui Virgilio fece consultare Enea.
La Sibilla dell'Eneide
Il sesto libro dell'Eneide è la fonte più celebre. Enea, sbarcato a Cuma, sale al tempio di Apollo e incontra la Sibilla Deifobe, figlia di Glauco. Virgilio descrive un antro immenso scavato nel fianco della rupe, con cento ampie aperture e cento porte da cui escono altrettante voci. Quando il dio la possiede, il volto della profetessa cambia colore, i capelli si scompigliano e il petto ansima, mentre la sua voce non sembra più quella di una mortale.
È la Sibilla a guidare Enea nella discesa agli Inferi, dopo che l'eroe ha colto il ramo d'oro. Già nel terzo libro il veggente Eleno aveva avvertito Enea che la vergine di Cuma scriveva i fati su foglie, che il vento poteva disperdere prima che qualcuno le raccogliesse nel giusto ordine.
Una giovinezza dimenticata
Ovidio, nelle Metamorfosi, raccoglie un'altra tradizione. Apollo, innamorato della Sibilla, le promise qualsiasi dono; lei chiese di vivere tanti anni quanti erano i granelli di sabbia che teneva in mano, dimenticando però di domandare anche la giovinezza. Avendo rifiutato l'amore del dio, fu condannata a invecchiare per secoli, consumandosi lentamente fino a ridursi, nelle sue stesse parole, a una voce.
Petronio, nel Satyricon, porta l'immagine all'estremo grottesco. Il ricco liberto Trimalchione racconta di aver visto con i propri occhi la Sibilla di Cuma appesa dentro un'ampolla. Quando i ragazzi le chiedevano in greco che cosa volesse, lei rispondeva: «Voglio morire». La battuta, messa in bocca a un personaggio volgare e vanitoso, mostra quanto la leggenda fosse diffusa nella Roma del I secolo d.C.
L'antro scoperto nel 1932
Nel 1932 l'archeologo Amedeo Maiuri riportò alla luce, sotto l'acropoli di Cuma, una lunga galleria a sezione trapezoidale scavata nel tufo, illuminata da aperture laterali rivolte verso il mare e terminante in un ambiente più interno. Maiuri vi riconobbe l'antro descritto da Virgilio, e il luogo è ancora oggi noto a tutti come Antro della Sibilla.
L'identificazione non è condivisa da tutti. Diversi studiosi ritengono che la galleria sia nata come opera militare o difensiva, poi riadattata in epoche successive, e che la sua datazione non coincida necessariamente con quella del culto oracolare. Il dibattito resta aperto, ma il fascino del luogo è intatto, e il percorso nella penombra della galleria continua ad attirare visitatori.
Cuma legò il proprio nome anche alla storia di Roma: secondo una tradizione molto diffusa, fu proprio la Sibilla cumana a vendere al re Tarquinio i libri profetici custoditi poi sul Campidoglio. Tra mito, letteratura e archeologia, la profetessa dei Campi Flegrei rimane una delle figure più vive della divinazione antica.