Le massime delfiche: «Conosci te stesso» e le altre sentenze
Le massime incise nel tempio di Delfi: «Conosci te stesso», «Nulla di troppo», i Sette Sapienti, la lista di Sosiade, Ai Khanoum e l'enigma della E.
Chi entrava nel tempio di Apollo a Delfi incontrava, prima ancora della Pizia, alcune brevi frasi incise nel pronao. Pausania, che visitò il santuario nel II secolo d.C., le attribuisce ai Sette Sapienti e ne ricorda le due più famose: «Conosci te stesso» e «Nulla di troppo». Queste sentenze, in greco gnothi seauton e meden agan, sono diventate tra le parole più citate della cultura occidentale, ma la loro storia antica è più articolata di quanto si pensi.
I Sette Sapienti e il dono ad Apollo
Nel Protagora di Platone, Socrate racconta che i Sette Sapienti si riunirono a Delfi e offrirono al dio, come primizia della loro saggezza, proprio queste frasi brevi e memorabili. Platone elenca Talete di Mileto, Pittaco di Mitilene, Biante di Priene, Solone di Atene, Cleobulo di Lindo, Misone di Chene e Chilone di Sparta. Le liste antiche dei Sapienti però non coincidono, e l'attribuzione di ogni singola massima a un autore preciso varia da fonte a fonte.
Accanto alle due più celebri, la tradizione ricorda una terza sentenza, «Fai garanzia, e la rovina è vicina», intesa come un invito alla prudenza nel garantire per altri. Lo stile è sempre lo stesso: poche parole, nessuna spiegazione, un comando che il visitatore doveva meditare da sé, senza che il dio si curasse di spiegarne il significato.
Una raccolta più ampia
Oltre alle iscrizioni del tempio circolava una raccolta più estesa di precetti delfici. Giovanni Stobeo, compilatore del V secolo d.C., ne trascrisse un elenco attribuito a un certo Sosiade, composto da brevissime norme di condotta: obbedire alla legge, onorare i genitori, dominare l'ira, riconoscere il momento opportuno. Le edizioni moderne parlano di circa centoquaranta sentenze, ma il loro numero varia secondo le fonti.
Una straordinaria conferma della loro diffusione viene da Ai Khanoum, nell'attuale Afghanistan settentrionale, dove sorgeva una città greca nata dopo le conquiste di Alessandro. Un'iscrizione del III secolo a.C. ricorda che un certo Clearco copiò le massime a Delfi e le fece incidere nel santuario di Cinea, fondatore della città. Sul basamento si leggono ancora le ultime sentenze, che esortano a essere composti da fanciulli, padroni di sé da giovani, giusti da adulti, buoni consiglieri da vecchi e sereni alla fine.
Socrate e la conoscenza di sé
Il precetto «Conosci te stesso» ebbe una seconda vita nella filosofia. Nel Fedro, il Socrate di Platone dichiara di non avere tempo per indagare i miti, perché non è ancora riuscito, come prescrive l'iscrizione delfica, a conoscere se stesso. Nel Carmide la massima è collegata alla temperanza, e nell'Alcibiade primo, dialogo di attribuzione discussa, diventa il punto di partenza per una riflessione sull'anima.
In origine il senso era probabilmente più semplice: ricorda di essere un mortale e non un dio. Questa lettura si accorda con «Nulla di troppo», che condanna l'eccesso e la tracotanza, la hybris punita dagli dèi in tanta letteratura greca. Solo più tardi la frase diventò un programma di introspezione.
L'enigma della lettera E
Tra le offerte del tempio c'era anche una misteriosa lettera E. Secondo Plutarco ne esistevano tre versioni: una antica in legno, una in bronzo dedicata dagli Ateniesi e una d'oro offerta da Livia, moglie di Augusto. Nel dialogo Sulla E di Delfi i personaggi propongono varie interpretazioni: il numero cinque, la congiunzione «se» con cui iniziavano le domande all'oracolo, o la parola «Tu sei», saluto che l'uomo rivolge al dio. Plutarco non pretende di dare una risposta definitiva.
Le massime delfiche non erano leggi né dogmi, ma consigli rivolti a chiunque varcasse la soglia del dio. La loro forza stava nella brevità: due o tre parole bastavano a ricordare all'uomo i suoi limiti. Per questo sono sopravvissute alla fine dell'oracolo e continuano a essere citate, spesso senza sapere da quale muro provengano.